Raffaele Marfella: «Abbiamo tracce di plastica in ogni parte del nostro corpo»
di Claudio Capitini | 9 Gennaio 2026Le microplastiche non sono più solo un problema ambientale: sono una minaccia concreta per la salute umana. Per la prima volta al mondo, una ricerca scientifica ha dimostrato la correlazione diretta tra la presenza di micro e nanoplastiche nelle arterie e l’insorgenza di malattie cardiovascolari, tra le principali cause di mortalità a livello globale. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine, porta la firma del professor Raffaele Marfella, responsabile dei procedimenti di ricerca del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ospite della trasmissione Verona Salute su Radio Adige TV, il professor Marfella ha illustrato i risultati della ricerca, gli scenari aperti dalla scoperta e le terapie innovative già in fase avanzata di sperimentazione presso il centro di ricerca dell’ateneo campano.
La vostra ricerca è stata definita pionieristica. Cosa siete riusciti a dimostrare?
Oggi l’oggetto della ricerca è capire se le plastiche, una volta entrate nel nostro organismo, provocano malattie. La parte che riguarda l’accumulo all’interno del nostro corpo fondamentalmente non è più oggetto di ricerca perché, purtroppo, dovunque andiamo a cercarla all’interno del nostro corpo la troviamo. Prima del nostro studio esistevano solo evidenze su modelli animali o colture cellulari che mostravano una sofferenza cellulare in presenza di contaminazione. Noi abbiamo voluto fare un passo avanti decisivo: verificare se queste microplastiche potessero incidere sulla prima causa di morte al mondo, studiando una popolazione affetta da aterosclerosi, una delle principali malattie cardiovascolari. Abbiamo così dimostrato per la prima volta la correlazione diretta tra la contaminazione da plastica e l’insorgenza della malattia nell’uomo.
Come avete condotto lo studio?
Abbiamo analizzato un gruppo di pazienti affetti da una forma avanzata di aterosclerosi, già in lista per un intervento di routine di endoarterectomia finalizzato alla rimozione delle placche ostruttive. Analizzando i campioni prelevati, abbiamo osservato che le plastiche si accumulano proprio all’interno di questi depositi arteriosi, esattamente come accade in altri organi. Una volta lì, esse innescano una serie di meccanismi infiammatori che aumentano significativamente il rischio di eventi gravi come ictus, infarti e mortalità cardiovascolare.
Di quali tipi di plastiche stiamo parlando e in che quantità entrano nel nostro organismo?
Si tratta di plastiche di uso estremamente comune, come quelle che compongono piatti e forchette monouso. In misura minore, abbiamo rinvenuto tracce di PVC, il materiale tipicamente utilizzato per le condutture idriche. Questi sono i due polimeri che abbiamo trovato maggiormente accumulati nei depositi di grasso delle arterie. Per quanto riguarda le quantità, i calcoli statistici sono impressionanti: si stima che ogni giorno arriviamo a ingerire, respirare o assorbire attraverso la cute circa cinque grammi di microplastiche. Anche se una parte viene espulsa, gran parte di questo materiale rimane intrappolato nei nostri organi e tessuti, dove finisce per accumularsi producendo effetti sulla salute.
Come si possono diagnosticare le microplastiche nel corpo umano?
Questa è una fase cruciale della ricerca che guarda direttamente al futuro. Ad oggi, infatti, l’unico modo per identificare la contaminazione è attraverso l’analisi dei tessuti, il che implica procedure invasive come le biopsie. Il nostro centro di ricerca sta lavorando per mettere a punto tecniche non invasive basate su indagini radiologiche di routine, come la TAC, implementandole con la specificità necessaria a individuare la plastica. Solo quando queste metodiche saranno pronte potremo avere una “fotografia” completa e reale dell’impatto di questi materiali sulla salute umana
Quali scenari apre il vostro studio in termini di prevenzione?
Il nostro studio apre una prospettiva cruciale che riguarda innanzitutto la sensibilizzazione. L’eco mondiale ricevuto, non solo in ambito scientifico ma anche mediatico, è un segnale positivo perché ha acceso i riflettori sui probabili effetti della plastica all’interno del nostro organismo. L’obiettivo futuro è definire il meccanismo fisiopatologico, ovvero capire esattamente come queste sostanze inneschino lo stato di malattia: una conoscenza indispensabile per sviluppare trattamenti e protocolli di prevenzione efficaci. Come medici, operiamo su due fronti: la prevenzione primaria, agendo sulle cause prima che entrino in contatto con l’organismo, e la prevenzione secondaria, volta a contrastare i danni della contaminazione quando questa è già presente.
Qual è il ruolo delle politiche ambientali in questo scenario?
È un ruolo fondamentale, anche se nell’ultimo periodo questa sensibilità si è ridotta con i nuovi leader mondiali, dove le politiche ambientali sono state messe in secondo piano. Al di là del dibattito politico, serve un’azione decisa dei governi sulla politica economica. Oggi viviamo in un mondo di plastica: dai computer ai telefoni, ogni oggetto del quotidiano ne contiene. Eliminarla istantaneamente è impossibile, poiché significherebbe regredire di 40 anni nella nostra evoluzione sociale. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che, anche se smettessimo di produrla oggi, la plastica già presente nell’ambiente continuerebbe ad agire per almeno 100-150 anni. Siamo già tutti contaminati: agire ora è un atto di responsabilità verso il futuro, un impegno per il quale saremo giudicati dalle generazioni che verranno.
Quali ricerche sono in corso per contrastare gli effetti delle microplastiche?
Ci sono molteplici ricerche e anche l’università Vanvitelli è in prima linea. Grazie al supporto del Rettore, il professor Nicoletti, abbiamo organizzato un centro di ricerca dedicato. Le linee di ricerca riguardano tre aspetti: i meccanismi attraverso cui agisce la plastica, l’individuazione di metodiche non invasive per l’individuazione delle plastiche, e infine quello che forse più ci interessa oggi, mettere a punto una sorta di terapia mirata per contrastare i danni della contaminazione una volta che la plastica è già entrata nel nostro sistema.
Avete già risultati concreti su possibili terapie?
Sì, abbiamo trovato diversi risultati che sono stati inseriti in uno studio che spero uscirà a breve, probabilmente prima dell’estate. La terapia che abbiamo iniziato a studiare prevede due fasi. La prima, quella sulla quale ci siamo concentrati per ora, è la terapia sintomatica, volta a curare gli effetti della plastica nel nostro organismo. Abbiamo visto che nelle placche aterosclerotiche la presenza di plastica aumentava l’infiammazione, che è il meccanismo base di un po’ tutte le patologie del nostro organismo, dal tumore all’aterosclerosi, fino alle malattie infettive. L’idea è stata quella di utilizzare farmaci che già vengono normalmente utilizzati per contrastare l’infiammazione.
Quali farmaci avete testato e con quali risultati?
Abbiamo utilizzato dei farmaci che si chiamano glifozine, farmaci che vengono utilizzati nel diabete. Abbiamo visto che questo farmaco è in grado di contrastare il processo infiammatorio prodotto dalle microplastiche e quindi ridurre il numero di ictus, di infarti e di morte cardiovascolare. Il limite di questo approccio terapeutico sintomatico è che questo farmaco agisce sull’effetto della plastica, ma la plastica rimane e quindi produce continuamente infiammazione, e noi possiamo solo contrastarla in modo cronico con questo farmaco. Però questo è già un buon risultato, perché per il momento possiamo già iniziare a contrastare gli effetti della plastica.
State lavorando anche su terapie più mirate?
Sì, la frontiera più avanzata della nostra ricerca è la medicina di precisione. Una scoperta straordinaria in questo campo riguarda l’Ideonella sakaiensis, un batterio individuato in una discarica in Giappone che si è evoluto fino a riuscire a nutrirsi di plastica. Il processo è affascinante: il batterio ingerisce il materiale e lo trasforma in energia, esattamente come il corpo umano fa con il cibo per produrre ATP. È la dimostrazione di come la natura, in modo quasi sconvolgente, riesca a elaborare soluzioni autonome ai problemi ambientali che noi stessi creiamo.
Come avete utilizzato questa scoperta nella vostra ricerca?
Poiché il limite del batterio è la capacità di digerire un solo tipo di plastica, mentre l’uomo è contaminato da diversi polimeri, abbiamo isolato degli enzimi di origine fungina capaci di degradare più materiali. Abbiamo quindi sintetizzato un “cocktail” enzimatico e lo abbiamo testato in vitro – ovvero in laboratorio su colture cellulari anziché su organismi viventi – su cellule endoteliali umane. Dopo averle contaminate con la plastica, scatenando la risposta infiammatoria, abbiamo somministrato questo mix: il risultato è stato una riduzione del 70% del quantitativo di plastica e un calo proporzionale dell’infiammazione. Sebbene si tratti di dati preliminari ancora in fase di valutazione, questi risultati aprono la strada a una terapia di precisione capace di rimuovere fisicamente la plastica già presente nel nostro organismo.


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