Eleonora Gastaldello, da S. Giovanni alle baraccopoli colombiane per dare voce a chi non ce l’ha
di Giorgia Preti | 9 Gennaio 2026Essere dove serve, quando serve, anche se fa paura. Eleonora Gastaldello, questo “credo”, ce l’ha in testa da quando, a diciott’anni, si era decisa a partire da San Giovanni Lupatoto per andare in India e dedicarsi al volontariato. Oggi, dopo un’intensa esperienza sulle navi quarantena della Croce Rossa durante il Covid, una laurea in giurisprudenza a Trento e un anno di servizio civile, Eleonora ha trovato il suo posto nel mondo come financial officer e responsabile amministrativo di Fondazione Marista per la Solidarietà Internazionale – un ente del Terzo Settore che opera per garantire istruzione, salute e sicurezza a bambini e giovani in stato di vulnerabilità. Alla fine, Eleonora in India non ci è mai andata (almeno per il momento), ma ora, che di anni ne ha 31, può dire di avere mantenuto quella coraggiosa promessa adolescenziale: aiutare il prossimo, ovunque si trovi, a qualunque costo.
Eleonora, partiamo dalle origini: chi sei?
Sono una ragazza di 31 anni, vengo da San Giovanni Lupatoto e ho frequentato il liceo classico, che è finito con un enorme interrogativo su cosa fare della mia vita. Così, dopo la lettura di “Shantaram” di Gregory David Roberts, decisi di partire per l’India per fare volontariato. Alla fine, però, la preoccupazione dei miei genitori – soprattutto mia mamma – mi ha spinta a trovare un compromesso e sono andata in Inghilterra, dove mi sono trovata un lavoro e mi sono iscritta alla facoltà di filosofia.
Come nasce l’interesse per il sociale?
Una volta iniziata l’università ho capito che volevo studiare qualcosa di più pratico e concreto. Così ho deciso di iscrivermi a Giurisprudenza a Trento, con indirizzo internazionale – comparatistico, con la convinzione poi di essere diretta a Bruxelles, all’ONU! (ride, NdR).
Poi hai avuto un’epifania, ma non in Italia…
Sì, ho colto l’ultima occasione per andare in Erasmus e sono finita in Spagna, dove una notte mi sono ritrovata in commissariato per denunciare il furto di un portafoglio. Lì ho incontrato due ragazze turche disperate perché una delle due aveva perso il passaporto e non riuscivano a comunicare con la polizia, dato che l’interprete se ne era andato. Così sono rimasta per aiutarle e lì ho capito cosa volevo fare nella vita: aiutare le persone in difficoltà.

La tappa successiva quale è stata?
Mi sono iscritta come volontaria di Croce Rossa e a fine 2019 ho preso il brevetto per intervenire nelle emergenze, convinta che non l’avrei mai usato…
E invece nel 2020 è scoppiata la pandemia di Covid…
Esatto. All’epoca era partita una richiesta dal Comitato Nazionale per dare supporto sulle navi quarantena con i migranti a bordo e ho deciso di partire. Lì mi si è aperto un mondo: ho conosciuto volontari da tutta Italia e ho scoperto il tema delle migrazioni. Alla fine, ho partecipato in totale a cinque missioni, finché l’ultima non si è trasformata in lavoro, perché mi hanno chiesto di diventare operatrice per i legami familiari. È stato massacrante, atroce, ma cruciale.
L’avvicinamento alla cooperazione internazionale quando è avvenuto?
Subito dopo, quando ho deciso di iscrivermi al servizio civile e, dopo svariate e insistenti telefonate per accaparrarmi un posto su Roma, sono entrata nell’Ufficio di Cooperazione Internazionale della Croce Rossa. Fu un anno bellissimo: al mattino facevo servizio civile, nel pomeriggio abrogavo regi decreti per la Presidenza del Consiglio – grazie a un concorso che avevo vinto – e la sera lavoravo in un bar alla Garbatella (ride, NdR). È stato l’anno più eclettico della mia vita!
Come sei arrivata a Fondazione Marista?
Una volta finito il servizio civile, non ci fu possibilità di restare e, dopo tanti salti mortali per rimanere a Roma, stavo per mollare e tornare a Verona. Un giorno dell’anno scorso, però, la mia coinquilina mi ha detto che nella Fondazione dove stava lavorando cercavano un “financial officer”. Non era una posizione a cui ambivo, dato che era molto incentrata su bilanci, contabilità e comportava molte responsabilità per le quali non mi sentivo preparata. Alla fine, dopo aver superato i primi due colloqui – non senza alcuni tentativi di autosabotaggio – e aver ricevuto il giusto incoraggiamento da parte di mio padre, ho ottenuto il lavoro.

Di cosa si occupa la Fondazione?
Fondazione Marista si occupa di solidarietà internazionale sul tema dell’educazione e dei diritti dei bambini. Pur essendo una fondazione laica, è legata all’istituto dei fratelli Maristi, che è una congregazione dedita all’istruzione e mira a portare l’istruzione nei luoghi più reconditi del mondo. Attualmente ha all’attivo una settantina di progetti in circa 27 Paesi.
Hai già partecipato a diverse esperienze all’estero. Quale ti ha segnata di più?
La mia prima missione è stata nelle Filippine: ho fatto nove chilometri di trekking nella giungla, ho passato alcune notti con le comunità indigene… e ho anche quasi preso il tifo. Però ho potuto conoscere, tra le tante persone, anche una ragazza che ha studiato ed è addirittura diventata maestra. Poi sono andata in Colombia, in un campo profughi di 14.000 persone al confine con il Venezuela… poi Sudafrica, Congo, Kenya – dove ho anche imparato ad andare in moto (ride, NdR) – e l’ultima missione è stata in Libano.
Ma fuori dal lavoro chi sei, Eleonora?
Fuori dalla fondazione c’è un po’ di tutto. Mi piace alimentarmi di cose belle: teatro, arte, canto… tutte discipline che ho imparato ad amare grazie a mia madre, che è un’attrice di teatro. Poi, a dire la verità, potrei vivere di libri.
C’è qualcosa che cambieresti della tua vita?
L’unico rammarico è non poter avere i miei genitori qui con me a Roma. Ma ho imparato a vivere contando su me stessa e so che nel momento del bisogno potrei comunque contare su di loro, anche se lontani.


In Evidenza
Raffaele Marfella: «Abbiamo tracce di plastica in ogni parte del nostro corpo»

Gli studenti veronesi diventano “mangaka” e fumettisti per le Olimpiadi 2026

Eleonora Gastaldello, da S. Giovanni alle baraccopoli colombiane per dare voce a chi non ce l’ha

Fabio Enzo: «Il rigore di tacco? Una scommessa»

Michele Dall’Ó e Silvano Paiola: «L’abbattimento del lupo non è la soluzione»

Sanità e servizi: come cambia la cura nel Veronese

Dai che “brusemo”

Santa Benedetti festeggia 104 anni: «Il segreto? Prendersi cura di sè e degli altri»

Verona celebra l’Epifania con la 21^ “Befana del Vigile”







