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Fabio Enzo: «Il rigore di tacco? Una scommessa»

di Redazione | 8 Gennaio 2026

Fabio Enzo è stato uno di quei centravanti che non si ricordano solo per i gol segnati. Carismatico e sopra le righe, è stato protagonista del calcio italiano tra gli anni Sessanta e Ottanta. Veneziano, classe 1946, ha vestito maglie importanti come quelle di Roma, Verona e Venezia, diventando un giocatore simbolo soprattutto per il suo modo diretto di stare in campo. Scomparso nel 2021, resta una figura fondamentale del calcio italiano e veneto. Enzo, ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, aveva ripercorso alcuni passaggi della sua carriera e del calcio di allora: il valore del gruppo, i rapporti tra avversari e un modo di vivere lo spogliatoio che oggi appare lontano.

Ti capita mai di avere rimpianti per quegli anni?

No. Perché quella è stata la nostra era, ed è giusto che sia finita. Si sa che uno nasce prima e uno nasce dopo e ogni momento ha le sue caratteristiche. Per quanto riguarda la mia carriera, invece, rifarei tutto quello che ho fatto. 

Che tipo di calcio era quello che avete vissuto?

Era un calcio di gruppo, soprattutto fuori dal campo. Una vera e propria famiglia. Oggi le cose vanno diversamente: mi capita qualche volta di andare a vedere le squadre di oggi, insieme a qualche amico che fa il direttore sportivo, e lì vedi tutti divisi in gruppetti, il gruppo dei brasiliani, il gruppo degli argentini, e così via. Una volta si faceva tutto assieme. Se mancava uno, lo aspettavi, perché ti mancava qualcosa.

È vero che una volta hai calciato un rigore di tacco?

Sì, era una scommessa tra me e Paolo Ferrario, compagno ai tempi del Foggia. Una volta, finito l’allenamento, si rimaneva ancora in campo a fare due tiri, per divertirsi. Facevamo anche queste scommesse e ci eravamo promessi che prima o poi avremmo provato a farlo. Poi, durante una partita, vincevamo tre a zero e mancavano due minuti. Era deciso: dovevo farlo. Giro il piede e tiro. Il presidente però aveva capito cosa era successo e alla fine ha dato centomila lire di multa a entrambi.

Che tipo di rapporti c’erano tra avversari?

Una volta finita la partita, era chiuso. Anche se in campo te le davi di santa ragione, tutto restava lì. Durante la partita ognuno giocava per la sua famiglia, ma una volta finita si tornava tutti amici come prima. Era quello il calcio. Oggi invece si va avanti per anni e anni per una spinta. Secondo me non è più un calcio bello.

Com’erano i rapporti fuori dal campo?

Oggi sembra tutto più grande e più veloce. Una volta, invece, i rapporti erano più umani. E soprattutto c’era più rispetto, in particolare da parte dei giovani verso i più grandi. I giovani portavano la borsa, la valigia delle maglie. Era normale, faceva parte del percorso.

Foto di copertina tratta dall’archivio storico AS Roma