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Sanità e servizi: come cambia la cura nel Veronese

di Laura Pellegrini | 7 Gennaio 2026

Verona e il Veneto dominano da anni la classifica della migliore sanità nazionale: a confermarlo è stato il 13° Rapporto Crea Sanità dell’Università di Roma Tor Vergata, che premia la Regione come la più efficiente in Italia per qualità complessiva del servizio sanitario. Un risultato raggiunto grazie a numerosi fattori che elogiano non solo l’organizzazione e la governance regionale, ma anche il lavoro quotidiano di migliaia di medici, infermieri e operatori sanitari.

Una rete solida, fatta di strutture d’eccellenza e servizi diffusi, che si trova ad affrontare nuove sfide: la carenza di medici di base, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle liste d’attesa e la necessità di potenziare l’assistenza sul territorio, anche attraverso strumenti come gli ATS e i servizi domiciliari. Per rispondere a queste esigenze nascerà, da febbraio 2026, l’Azienda Speciale Consortile ASPECO, un cambiamento che coinvolge l’intera ULSS 9. Pur riguardando formalmente i 37 Comuni dell’ovest veronese, la nuova governance dei servizi sociali potrà portare benefici anche alle zone montane e collinari, grazie a una più chiara distribuzione delle competenze tra Comuni e ULSS e a un modello potenzialmente replicabile. Dal 2026 ASPECO gestirà direttamente il welfare locale per oltre 300mila cittadini, liberando risorse e funzioni che potranno influire anche sulle sinergie socio-sanitarie del territorio scaligero.

In Valpantena e Lessinia la sanità territoriale rappresenta un presidio fondamentale di coesione sociale. La presenza di pochi medici distribuiti su aree ampie, la distanza dai grandi ospedali cittadini e l’invecchiamento della popolazione rendono prioritario un potenziamento dei servizi di prossimità: dall’assistenza domiciliare alle RSA montane, fino alle nuove strutture intermedie pensate per evitare spostamenti lunghi e difficoltosi.

In Valpantena e Lessinia la sanità territoriale rappresenta un presidio fondamentale di coesione sociale. La presenza di pochi medici distribuiti su aree ampie, la distanza dai grandi ospedali cittadini e l’invecchiamento della popolazione rendono prioritario un potenziamento dei servizi di prossimità: dall’assistenza domiciliare alle RSA montane, fino alle nuove strutture intermedie pensate per evitare spostamenti lunghi e difficoltosi.

Emergenza medici di base

La carenza di medici di base è oggi una delle criticità più rilevanti per Verona e il suo hinterland. Il Distretto 1 dell’ULSS 9, registra oltre un centinaio di posti vacanti, contribuendo in modo significativo ai 339 incarichi non assegnati emersi dall’ultimo bando regionale. Su 354 sedi disponibili in tutta la provincia, solo 15 medici hanno accettato l’incarico, un dato che fotografa una situazione ormai strutturale più che emergenziale. «Quando siamo di fronte ad un invecchiamento forte e progressivo della nostra popolazione, con tutti i bisogni che questo tipo di realtà chiama con sé, la situazione diventa insostenibile», ha dichiarato Francesca Tornieri, segretaria generale della CGIL Verona.

Francesca Tornieri, segretaria generale della CGIL Verona

Nel territorio cittadino le conseguenze sono evidenti: molti quartieri registrano un numero di medici in graduale calo, con ambulatori rimasti scoperti dopo pensionamenti non sostituiti o affidati a incarichi provvisori. La distribuzione non uniforme dei professionisti crea zone più fragili, mentre aumentano i carichi di assistiti per i medici ancora in servizio. A complicare il quadro, l’età media dei medici veronesi è sempre più alta e una nuova ondata di pensionamenti è prevista nei prossimi anni. «Il rischio è che, davanti alla carenza di personale sanitario pubblico, si spinga sempre più la gente verso il sistema privato, oppure che non si curi proprio, con il risultato che la fotografia del sistema pubblico sta via via deteriorando», aggiunge Tornieri.

In Valpantena e Lessinia la sanità territoriale rappresenta un presidio fondamentale di coesione sociale. La presenza di pochi medici distribuiti su aree ampie, la distanza dai grandi ospedali cittadini e l’invecchiamento della popolazione rendono prioritario un potenziamento dei servizi di prossimità: dall’assistenza domiciliare alle RSA montane, fino alle nuove strutture intermedie pensate per evitare spostamenti lunghi e difficoltosi.

Il Distretto 2 dell’ULSS 9, che comprende i Comuni da San Giovanni Lupatoto a Zevio fino alla bassa Val d’Illasi, conta 63 posti vacanti secondo l’ultimo bando: un numero che, unito ai pensionamenti recenti, ha creato squilibri significativi nella distribuzione dei professionisti. Comuni in forte crescita demografica, come San Giovanni Lupatoto o San Martino Buon Albergo, registrano un aumento della domanda senza un corrispondente ricambio di medici. Altri, più piccoli, fanno fatica ad attrarre nuove figure, lasciando interi bacini con un numero insufficiente di professionisti rispetto agli assistiti. La scopertura incide direttamente sulla quotidianità dei cittadini: liste d’attesa più lunghe negli ambulatori ancora attivi, difficoltà a trovare un medico disponibile dopo i pensionamenti, continui incarichi provvisori che rendono instabile la continuità assistenziale.

Liste d’attesa

Il sistema delle liste d’attesa nel capoluogo è tra i più sotto pressione della provincia. Gli ospedali cittadini, Borgo Trento e Borgo Roma in particolare, sono poli di riferimento per milioni di prestazioni l’anno, anche da fuori provincia. Questo contribuisce a rallentare l’accesso alla diagnostica e ad alcune visite specialistiche. «La situazione delle liste d’attesa è davanti agli occhi di tutti, perché tutti noi proviamo sulla nostra pelle quanto tempo ci voglia per avere le visite, soprattutto per gli esami strumentali – spiega Tornieri –. La situazione è ancora estremamente critica». L’ULSS 9 ha avviato piani straordinari con l’ampliamento degli orari e il ricorso a strutture private convenzionate, ma i volumi di richiesta restano elevati. Per fronteggiare queste problematiche, a Verona stanno prendendo forma gli Ambulatori Territoriali di Supporto (ATS) come risposta alla carenza di medici di base e alle lunghe liste d’attesa. Si tratta di punti sanitari dove trovare un medico anche in assenza del proprio, accedere a prestazioni di base, vaccinazioni e controlli programmati. L’obiettivo è alleggerire i pronto soccorso e migliorare la continuità assistenziale, soprattutto nei quartieri più popolosi. Tuttavia, come ha sottolineato la segretaria della CGIL Verona, «bisogna averli i medici, altrimenti anche l’organizzazione dei nuovi ATS rischia di non rispondere ai reali bisogni della popolazione».

Un altro problema per la Valpantena e la Lessinia da affrontare è quello delle liste d’attesa, che risultano spesso più lunghe non solo per il volume delle richieste, ma anche per la minore presenza di poli sanitari sul territorio. Molti cittadini sono costretti a rivolgersi agli ospedali di Verona o San Bonifacio, con un aumento dei tempi complessivi fra prenotazione, spostamento e visita. La carenza di medici di base, che spesso fungevano da primo filtro diagnostico, amplifica il problema.

Se Verona soffre la pressione dei grandi poli ospedalieri, l’Est Veronese vive un’altra dinamica: molti cittadini sono costretti a rivolgersi alla città o ai privati accreditati per esami e visite, aumentando i tempi d’attesa medi. Le strutture territoriali presenti, come il polo sanitario di San Bonifacio, cercano di intercettare la domanda, ma la carenza di medici specialisti e tecnici limita l’offerta. Per alcune prestazioni diagnostiche i cittadini segnalano attese tra le più lunghe della provincia.

Assistenza domiciliare e Rsa

Nel capoluogo scaligero anche l’assistenza agli anziani e ai non autosufficienti sta vivendo un momento di forte pressione. La richiesta di assistenza domiciliare integrata (ADI) è in continuo aumento, spinta da un invecchiamento della popolazione che, solo a Verona città, riguarda oltre un quarto dei residenti. Le RSA registrano liste d’attesa sempre più lunghe: secondo recenti rilevazioni, in Veneto la domanda supera da tempo l’offerta, con posti che si liberano sempre più lentamente e costi che continuano a crescere. Anche a Verona molte strutture segnalano difficoltà nella gestione del turnover e nella copertura del personale infermieristico, mentre le famiglie spesso devono rivolgersi a soluzioni private o badanti, con un impatto economico significativo.

In un territorio come quello lessinico, dove la popolazione anziana è particolarmente numerosa, anche l’assistenza rappresenta una sfida quotidiana. Le RSA della zona sono spesso piene e con liste d’attesa che possono protrarsi per mesi, come evidenziato anche da recenti inchieste locali sul tema. Inoltre, i costi delle rette stanno mettendo in difficoltà molte famiglie delle aree montane. L’assistenza domiciliare diventa quindi fondamentale, ma la disponibilità di personale è inferiore rispetto alla domanda reale: infermieri, OSS e fisioterapisti devono coprire aree molto estese, con tempi di spostamento elevati. Alcuni Comuni stanno sperimentando forme di assistenza condivisa e servizi di prossimità volti a non lasciare indietro gli anziani soli.

Nell’Est Veronese la domanda di assistenza cresce più rapidamente rispetto alla capacità delle strutture. Diverse RSA della zona riportano liste d’attesa lunghe e tempi di accesso non sempre prevedibili, mentre i costi continuano a salire e pongono le famiglie davanti a scelte difficili. L’assistenza domiciliare rappresenta un’alternativa sempre più richiesta, ma anche qui la carenza di personale limita la possibilità di aumentare i servizi. I Comuni stanno sviluppando progetti integrati di sostegno agli anziani, ma la pressione rimane alta soprattutto nei centri maggiori come San Giovanni Lupatoto, San Martino e Zevio.