brusa la vecia

Dai che “brusemo”

di Il Barbero scaligero | 7 Gennaio 2026

Il suo nome, Befana, deriva dal greco “Epifania”, ovvero “apparizione”. Ma non c’è niente di divino in lei: è solo una vecchietta che vola sui tetti con la scopa, pronta a riempire le calze dei bambini di dolci, sorprese e talvolta carbone, ma soprattutto pronta a portarsi via tutte le feste. In cambio, i bambini le lasciano un piccolo ristoro, come un mandarino o un bicchiere di vino.

Tra leggende e tradizioni, la Befana ha preso tante forme, da strega cattiva a vecchietta innocua: ma perché, allora, a Verona (e non solo) conserviamo la tradizione del “Brusa la vecia”? Il pupazzo di stracci e fascine viene bruciato ogni anno in diverse zone del territorio per augurare un buon anno e per liberarsi delle negatività del passato. Secondo la tradizione, il fumo e le scintille del falò sono anche dei presagi: se il vento soffia in un certo modo, può significare un buon raccolto. Se il vento è troppo furioso… meglio ripensarci l’anno prossimo.

La tradizione negli anni si è evoluta, e se un tempo il fumo dei falò poteva predire il futuro agricolo, ora è diventato più un rito simbolico per bruciare via il vecchio e fare spazio al nuovo. In pratica, il falò della Befana è diventato un modo per lasciarci alle spalle le difficoltà dell’anno passato e guardare al futuro con rinnovata speranza e positività.

«La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
con le toppe alla sottana:
Viva, viva la Befana!»