Gabriella Dorio

Gabriella Dorio: «Io correvo per fame, per libertà, per sentirmi viva»

di Redazione | 4 Novembre 2025

Gabriella Dorio è stata una delle più grandi interpreti del mezzofondo italiano. Nata a Veggiano, in provincia di Padova, nel 1957, ha scritto una pagina indelebile dello sport azzurro vincendo l’oro olimpico nei 1500 metri a Los Angeles nel 1984, impresa mai più riuscita a un’atleta italiana. Campionessa europea indoor e bronzo agli Europei del 1982, detentrice dei record italiani su 800 e 1500 metri, Dorio è diventata un simbolo di forza, tenacia e determinazione. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare, su Radio Adige TV, ha ripercorso la sua storia, dagli inizi difficili e la timidezza di bambina al sogno che l’ha portata sul gradino più alto del mondo.

Quando hai iniziato erano tempi differenti. Cosa voleva dire per una donna intraprendere una carriera nell’atletica?
Hai ragione, erano altri tempi: essere una ragazza che voleva correre non era affatto scontato. Mio fratello correva e andava bene così, ma io ero femmina, e per i miei genitori “non stava mica bene” che andassi in giro per il mondo a correre. Era quella la frase, e con quella si chiudeva ogni discussione. Io però ci tenevo, e la nonna mi prese da parte e mi disse: “Se quella è la tua strada, devi farla anche se i tuoi non vogliono.” Andò addirittura a chiamare il prete del paese, che parlò con i miei genitori e disse: “Se vostra figlia ha questo dono di Dio, lasciatela correre.” Da quel momento ero libera di seguire la mia strada. Così, dalle gare scolastiche, mi ritrovai a fare una gara nazionale a Roma: l’impatto fu forte, ma avevo già capito che la corsa sarebbe stata la mia vita.

Quanto ti ha cambiato lo sport?
Moltissimo. Da bambina ero timida patologica. Poi, quando ho iniziato a correre, mi sono sentita libera. Correre mi piaceva da morire. Quando lo facevo stavo bene con me stessa e con il mondo. Mi piaceva andare a correre da sola. Oggi i ragazzi dicono: “Da solo?”, come se fosse strano. Invece per me era musica. Sceglievo le ore giuste, di solito al tramonto, sull’argine, quando l’aria si faceva più fresca e tutto si calmava. Sentivo solo i passi sull’erba, l’aria, i battiti del cuore. Tutto questo, per me, era musica.

Che ricordi hai della tua famiglia e di quei primi anni?
A casa mia si lavorava, punto. Vivevo in una famiglia di contadini, ma contadini veri, di quelli che faticano, non quelli che fanno i soldi. Io avevo fame, e per correre dovevo prima studiare e lavorare. A casa si diceva sempre: “Prima lavori, poi se hai voglia vai a correre.” Forse è anche per questo che la medaglia d’oro di Los Angeles oggi è in un cassetto. Non ha valore in sé, il suo valore è tutto in quello che ho fatto per arrivarci. C’è chi la tiene in banca, io no: se i bambini vogliono vederla, dovrei andare a prenderla in cassaforte… meglio lasciarla dove sta.

Cosa hai provato nel momento in cui hai tagliato il traguardo e hai capito di aver vinto l’oro olimpico a Los Angeles?
Fin da piccola avevo un sogno: vincere un’Olimpiade. A quattordici anni l’avevo già deciso: “Da grande vincerò un’Olimpiade.” Quando rivedo il video della gara, sembra tutto facile, ma non lo è stato. Mi piaceva stare davanti, sentire che comandavo la gara. Quel giorno ho realizzato ciò che avevo sognato per una vita, e quando è successo quasi non ci credevo. È stato davvero il coronamento di un cammino intero.

Nella tua carriera hai vissuto anche la notorietà. Ti piaceva essere un personaggio pubblico?
Per niente. Dopo aver vinto gli Europei indoor a Milano, la sera stessa sono tornata a casa: non amavo tanto i giornalisti. Mi piaceva essere famosa dentro la pista, ma fuori no. Ero fatta così, forse perché ero timida. Adesso fa sorridere, perché mia figlia fa la giornalista

Qual è, secondo te, la qualità che fa la differenza in un atleta?
La testa. È la testa che ti fa vincere, più del talento. Certo, un po’ di DNA buono serve, quello te lo devono dare mamma e papà, ma poi è la testa che fa la differenza, in tutti gli sport e nella vita. Ho visto atleti mediocri arrivare a vincere cose importanti grazie alla forza mentale, e campioni veri fermarsi per la pressione. Ricordo un portoghese, a Los Angeles, che pochi giorni prima aveva fatto il record del mondo nei 10.000 metri. Durante la finale per la stessa distanza ha corso quattro o cinque giri, poi non ha retto la pressione: ha infilato il sottopassaggio ed è sparito negli spogliatoi. Era scoppiato, più che di gambe, di testa.