Gandabba, il primo film del regista Katugampala
di Redazione | 29 Dicembre 2015Un giovane regista veronese di origine srilankese porta sul grande schermo la storia di una madre e di un figlio, appartenenti rispettivamente alla prima e alla seconda generazione di migranti, in un conflitto generazionale legato non solo alla differenza d’età, ma anche a una diversa visione culturale e a un diverso senso di appartenenza.
Una madre e un figlio, due mondi in simbiosi, eppure spesso lontani. Una lontananza generazionale, ma soprattutto culturale. Perché questa mamma e questo figlio appartengono rispettivamente alla “prima” e alla “seconda generazione”, come vengono chiamati i primi migranti arrivati in Italia e i loro figli, italiani per nascita o per crescita.
Sono questi i protagonisti di “Gandabba” (in srilankese “via lattea”, ma anche “non luogo”), titolo (al momento provvisorio, poiché ancora in lavorazione, ndr) del primo film di Suranga Deshapriya Katugampala, classe 1987, regista veronese di origine srilankese con all’attivo cortometraggi premiati in numerosi festival. «Il film, attualmente in post produzione, parla di una madre (interpretata da un’attrice molto nota in Sri Lanka, Kaushalya Fernando, già premiata a Cannes) che non vuole adattarsi all’Europa, una madre di prima generazione, radicale, tenace, che vive l’Occidente in uno stato d’alienazione, come luogo di passaggio.
Suo figlio, interpretato da Julian S. Wijesekara, è invece totalmente italiano, ha valori, modi di vivere, ambizioni e progetti che lei non riconosce. I loro punti di vista si scontrano. Nonostante questo, la madre cresce il figlio, lo nutre, lo prepara alla vita per poi lasciarlo tra le braccia di una nuova madre: l’Europa» spiega il regista. Il progetto è piaciuto così tanto da meritarsi – ancor prima di essere realizzato – il primo posto all’edizione 2015 del Premio Mutti della Cineteca di Bologna, unico bando di concorso italiano aperto esclusivamente a progetti cinematografici di registi migranti. E proprio il premio vinto ha consentito di coprire una parte delle spese previste per la realizzazione del film. Realizzazione che – prosegue il regista – «è stata resa possibile grazie alla collaborazione di numerose persone, sia italiane che cingalesi, e di realtà commerciali veronesi che hanno creduto in questo progetto, appoggiandolo.
Tante persone ci hanno offerto da mangiare, da dormire, aiuto durante le riprese». Non è nuovo, Suranga Deshapriya Katugampala, a questa tematica: i suoi precedenti cortometraggi hanno già affrontato la tematica dello “scontro” generazionale tra i primi migranti arrivati, ancora immersi nella cultura d’origine, e i loro figli, a metà tra il mondo dei loro genitori e quello in cui sono cresciuti. Alla base c’è anche la volontà di provocare un dibattito tra gli spettatori, sia stranieri che italiani. «Vorrei che gli italiani iniziassero finalmente a vedere gli stranieri come parte della loro comunità, pur nella conservazione di tradizioni diverse. Lavorare affinché questo accada non è più compito della prima generazione: quella ha già fatto la sua parte, trasferendosi, lasciando la terra e gli affetti, piantando qui un seme per i propri figli. Ora tocca a noi, alla seconda generazione, prendere il testimone e proseguire nella staffetta».


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