Gianbattista Baronchelli: «A 20 anni, perdere così è vincere»
di Redazione | 24 Marzo 2026Gianbattista Baronchelli, per tutti “Gibi” o semplicemente “Tista”, è stato uno dei corridori più forti e amati del ciclismo italiano degli anni Settanta e Ottanta. Scalatore di razza, completo e generoso, capace di vincere due Giri di Lombardia, sei Giri dell’Appennino consecutivi e di sfiorare la maglia rosa a soli 20 anni, a 12 secondi da Eddy Merckx. Eppure la sua carriera è spesso raccontata attraverso quella parola scomoda: incompiuto. Ospite di Raffaele Tomelleri a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, in una serata con altri grandi del pedale, Baronchelli ha ripercorso le stagioni più belle e le storie più vere di una vita in bicicletta.
Partiamo dal Giro del 1974: arrivò a soli 12 secondi da Eddy Merckx. Le pesa ancora oggi?
No, per niente. Anzi, a vent’anni perdere di 12 secondi da Eddy Merckx – per me uno dei più grandi di sempre insieme a Coppi – è quasi una vittoria. Il Giro che mi brucia davvero è quello del ’78. Il ’74 lo ricordo con orgoglio, anche se ho fatto un errore: non conoscevo bene la tappa. Sullo strappo dopo Misurina sono partito troppo presto, ho fatto due chilometri da solo controvento, mentre dietro si organizzavano. Mi hanno ripreso prima dell’ultima salita… e lì mi sono mancate le energie.
È stato un limite o uno stimolo gareggiare in un’epoca di grandi campioni?
Ho corso in un’epoca in cui c’era uno “sceriffo”: Francesco Moser. E lo sappiamo tutti. Quando perdeva, la colpa era sempre degli altri – gregari, avversari, giornalisti – mai sua. Personaggi così fanno parlare e creano spettacolo, ma io ho sempre detto quello che penso, ieri come oggi. Nel mio libro ho raccolto le testimonianze dei più grandi – Eddy Merckx, Felice Gimondi, Francesco Moser, Giuseppe Saronni, Giovanni Battaglin – ed è tutto lì, nero su bianco.
Il ciclismo di oggi è diverso da quello che ha vissuto lei?
Completamente, ma bisogna stare attenti ai confronti. Gino Bartali, quando veniva a vedere le nostre corse, diceva che il nostro ciclismo era “da ridere” rispetto al suo. È una ruota che gira: ogni generazione pensa che la propria fosse la più dura. Quello che è davvero cambiato è il livello, oggi esasperato. Alimentazione, allenamenti, preparazione: tutto è portato all’estremo. Anche per reagire ai problemi del passato e dimostrare che il ciclismo è cambiato.
Cosa ne pensa del doping nel mondo del ciclismo?
Non è un tema di cui amo parlare, ma dico quello che penso: il ciclismo è tra gli sport più controllati e quindi anche tra i più puliti. Dal 2008 in poi sono convinto che sia davvero cambiato molto. La mela marcia può esserci ovunque, e purtroppo esiste ancora qualche figura con una mentalità sbagliata, soprattutto in Italia. Ma oggi, se avessi un figlio, non avrei alcun problema a farlo correre. Abbiamo esempi straordinari: su Vincenzo Nibali metto la mano sul fuoco. È più che a posto ed è uno dei migliori esempi del ciclismo di oggi.
C’è qualcosa che rimpiange di quell’epoca?
Le salite non si studiavano come adesso. Si andava, e basta. Quella tappa del ’74 la conoscevo poco, e ne ho pagato il prezzo. Però c’era qualcosa di vero in quel modo di correre, qualcosa che oggi si fa fatica a spiegare ai ragazzi. E nonostante siano passati quarant’anni, quando ne parliamo sembra ieri. Quei 12 secondi, quella salita, quel vento contro sono ancora tutti lì, precisi.


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