Giovanna Morelli: “La dipendenza non è solo droga: smartphone e gaming agiscono allo stesso modo”
di Claudio Capitini | 13 Marzo 2026Cinque milioni di italiani oggi sono a rischio di dipendenza. Tra questi, oltre 900.000 sono giovani e uno su quattro della Gen Z fa uso di sostanze con frequenza. Un’emergenza sanitaria definita silenziosa, perché largamente sommersa, che si è evoluta profondamente negli ultimi anni, combinando le droghe classiche con nuove sostanze sintetiche difficilmente identificabili e con forme di dipendenza comportamentale – dal gaming allo shopping compulsivo, dal trading online alla dipendenza dal cellulare – che attivano nel cervello gli stessi meccanismi delle sostanze stupefacenti. Ospite di Verona Salute su Radio Adige TV, la dottoressa Giovanna Morelli, Direttore del Dipartimento Dipendenze dell’ULSS 9 Scaligera, ha offerto un quadro lucido e aggiornato del fenomeno, illustrando anche strumenti e tecniche di prevenzione, cura e riabilitazione.
Cosa succede concretamente al cervello quando si instaura una dipendenza?
All’inizio si prova piacere, che sia per una sostanza o per un comportamento. Il cervello registra quell’esperienza e tende a ripeterla. È un meccanismo universale: un bambino che si diverte con la macchinina la andrà a cercare di nuovo. Il problema nasce quando non si riesce più a farne a meno. In quel momento si instaura la dipendenza: nel cervello avvengono modificazioni che alterano il controllo degli impulsi. La persona non sceglie più liberamente, ma è spinta da un impulso che alimenta la dipendenza.
Quali sono i campanelli d’allarme a cui prestare attenzione?
Il primo segnale è il cambiamento nel comportamento: maggiore aggressività oppure, al contrario, un progressivo isolamento, più frequente con le sostanze sedative. Spesso si osserva anche un calo nel rendimento a scuola o al lavoro. All’inizio l’uso può avvenire in gruppo, ma con il tempo tende a diventare solitario.
Qual è la sostanza che crea più dipendenza?
Non è possibile stilare una classifica, perché le sostanze sono molto diverse tra loro. Nicotina e alcol, però, sono altamente dipendogeni e, essendo legali e socialmente accettati, il loro uso quotidiano è tollerato. Proprio questa accessibilità li rende particolarmente insidiosi.
E qual è la dipendenza più difficile da superare?
La risposta è analoga: la più difficile da superare è quella socialmente più accettabile. Le sostanze illegali, come eroina o cocaina, sono associate a un contesto percepito come deviante e questo può spingere più facilmente a cercare aiuto. Le sostanze legali, come la nicotina, sono invece più accessibili e proprio per questo spesso risultano più difficili da affrontare.
Tra le preoccupazioni maggiori ci sono le nuove sostanze sintetiche. Perché sono così difficili da affrontare?
Le sostanze classiche – come cocaina, eroina e cannabis – sono tabellate, quindi vengono ricercate nei test diagnostici e sono relativamente conosciute. Le nuove sostanze sintetiche, invece, vengono prodotte in laboratori clandestini e cambiano continuamente: quando una viene identificata, ne compare subito una variante. Il paradosso è che, finché non sono tabellate, risultano legali. Non perché siano sicure, ma perché non sono ancora conosciute. Anche il web contribuisce a diffonderne l’uso, facendo passare l’idea che non ci siano rischi.
Le dipendenze comportamentali – gaming, social media, shopping compulsivo – vengono spesso sottovalutate. Sono davvero paragonabili alle droghe?
Sì. A livello cerebrale il meccanismo è lo stesso: il circuito del piacere e della ricompensa si attiva sia con una sostanza sia con un comportamento. Queste dipendenze spesso riempiono vuoti presenti soprattutto tra i giovani: mancanza di punti di riferimento, poca pazienza, bisogno di gratificazione immediata. In un’epoca in cui tutto è rapido, cellulare e videogiochi offrono piaceri veloci che spingono a cercarli sempre più spesso. È proprio questo il funzionamento del circuito della ricompensa.
La ricerca scientifica riesce a stare al passo con questa evoluzione?
Negli ultimi anni la ricerca ha fatto grandi progressi, mostrando che nelle dipendenze esiste anche una componente neurobiologica, oltre a quella sociale. Questo ha portato allo sviluppo di nuovi farmaci per diverse forme di dipendenza. La ricerca continua a evolversi, ma richiede tempo: individuare i meccanismi cerebrali e sviluppare nuovi trattamenti può richiedere anni. Per questo le dipendenze restano una sfida importante per la scienza.
Nel vostro dipartimento dell’ULSS 9 utilizzate tecniche particolari?
Utilizziamo la stimolazione magnetica transcranica (TMS), una tecnica innovativa non ancora diffusa in tutti i servizi pubblici. Attraverso una bobina posizionata nella parte frontale sinistra della testa, campi magnetici generano impulsi elettrici che stimolano specifiche aree cerebrali. La TMS è impiegata anche per altre patologie, come la depressione. Nel caso delle dipendenze l’obiettivo è ridurre il craving, cioè il desiderio intenso e incontrollabile della sostanza o del comportamento. Per ora viene proposta ai pazienti già seguiti dal dipartimento.
Si può guarire completamente da una dipendenza?
La dipendenza si può curare. Le persone possono recuperare autostima, reinserirsi socialmente e mantenere l’astinenza dalle sostanze. Ma, come per tutte le malattie croniche, è necessario un percorso terapeutico nel tempo. Per questo oggi si parla più di stabilizzazione che di guarigione definitiva: è l’obiettivo a cui si punta nel trattamento delle dipendenze.


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