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Adaílton: «Oggi si parla troppo di sistemi, ma il calcio è dei giocatori»

di Redazione | 24 Febbraio 2026

Adaílton Martins Bolzan, brasiliano classe 1977, è stato uno degli attaccanti di riferimento del Verona di inizio anni Duemila. Mancino imprevedibile e capace di spaccare le partite partendo dalla fascia, ha vestito la maglia dell’Hellas Verona per sette stagioni, dal 1999 al 2006, collezionando 173 presenze e oltre 50 gol ufficiali. Oltre all’esperienza in gialloblù, è stato protagonista in Italia anche con le maglie del Parma e, successivamente, di Genoa e Bologna, dove ha conquistato la promozione in Serie A. Oggi, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, ha scelto la panchina e lavora come viceallenatore in Brasile. Ospite di Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Adaílton ha raccontato la sua visione del ruolo dell’allenatore, tra aneddoti personali e riflessioni sul calcio di oggi.

Quanto è importante il rapporto che si crea tra allenatore e giocatore?

È fondamentale. Il rendimento in campo è spesso il riflesso di ciò che accade fuori. Quando un allenatore riesce a instaurare un rapporto diretto, basato su fiducia, ascolto e serenità, il giocatore si sente compreso e sostenuto. Questo si traduce in maggiore sicurezza, responsabilità e disponibilità a dare qualcosa in più per la squadra.

Chi è, secondo lei, un esempio da seguire come allenatore?

Direi Carlo Ancelotti. La sua carriera parla per lui: ha vinto dappertutto, con squadre e campionati differenti. È riuscito a modificare sistemi di gioco, valorizzare i giocatori anche in ruoli inediti e trovare sempre soluzioni funzionali. Tuttavia, la sua vera forza va oltre l’aspetto tattico. Ancelotti è capace di costruire rapporti solidi con ogni giocatore e fa sentire tutti parte integrante del progetto. È questa cultura della responsabilità condivisa probabilmente il vero motivo del suo successo. 

Come dovrebbe essere l’allenatore ideale?

L’allenatore ideale deve essere preparato, competente e animato da una grande passione. Ma soprattutto deve avere una visione chiara. Personalmente credo che oggi si dia troppa importanza ai sistemi e meno alla crescita del singolo. Per me si deve partire dalle qualità individuali: un giocatore forte tecnicamente e mentalmente rende più forte il reparto, e un reparto forte rende più forte la squadra. Se non valorizzi e migliori il singolo, non hai basi solide su cui costruire il collettivo.

Cosa significa, concretamente, lavorare sulle qualità individuali?

Significa aiutare il giocatore a valorizzare i suoi punti di forza e a sviluppare nuove competenze per diventare più completo. Faccio un esempio personale: in una stagione sono stato spostato come attaccante esterno destro, un ruolo non mio. Gli avversari mi aspettavano sempre sul rientro, così ho capito che dovevo migliorare nel cross di destro. Ho lavorato su questo aspetto per ampliare il mio bagaglio tecnico e rendermi più utile alla squadra. Per me lavorare sul singolo significa proprio questo: far crescere il giocatore nelle sue qualità, aggiungendo strumenti che lo rendano più efficace nel collettivo.

Ha mai pensato di allenare?

Quando ho smesso mi sono chiesto cosa mi legasse ancora al calcio. Ho provato a fare il procuratore, ma ho capito subito che non era per me: oggi molti giovani vogliono avere prima di dare, io la penso al contrario. Prima dimostri, poi ottieni. Mi hanno proposto anche ruoli da dirigente, persino in Brasile. Ho detto no: non ho studiato per quello, non sarei la persona giusta. Io capisco il campo, altrove farei solo danni. O faccio una cosa bene, o non la faccio. Così ho iniziato ad allenare. E ormai sono anni che lavoro sul campo.