Gianfelice Facchetti: «Giacinto era un esempio, da giocatore e da padre»
di Redazione | 5 Febbraio 2026Giacinto Facchetti, nato a Treviglio nel 1942, è stato una leggenda del calcio italiano. Terzino sinistro dell’Inter e capitano azzurro campione d’Europa nel 1968, è stato uno dei simboli della Grande Inter di Helenio Herrera e un’icona di correttezza dentro e fuori dal campo. A quasi vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 2006, la sua figura continua a vivere nell’immaginario collettivo, anche grazie al lavoro del figlio Gianfelice Facchetti, attore, drammaturgo e autore di libri dedicati allo sport e al calcio. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Gianfelice ha ripercorso la figura paterna, dalle origini umili al grande calcio, intrecciando ricordi familiari ed episodi di vita quotidiana
Facchetti è stato una leggenda, un nome che non si dimentica. Come vive oggi la memoria di suo padre?
È vero, è un nome che resta. Pensa che una volta dopo uno spettacolo un bambino mi fa: “Tu sei il figlio di Facchetti?”. Dico sì. E lui: “Salutami tuo papà”. Gli ho detto che è volato in cielo dodici anni fa, ma che lo salutavo per lui. Un bambino che lo sente così presente ti fa capire che qualcosa rimane, anche dopo tanti anni. Della sua storia è rimasto molto. Anche per me: i miei figli non l’hanno conosciuto, ma raccontargli pezzi di lui è naturale. Spesso sono loro a chiedere.
Com’era Giacinto Facchetti come padre?
Era piuttosto tosto, sì. Lui e mia madre. Nei primi anni, quando era ancora in attività e poi da dirigente, era spesso via. A casa c’era soprattutto mamma. Il “diktat” arrivava da lei. Papà però era sulla stessa linea. Quando interveniva, il messaggio era chiaro e rafforzato. È stato sempre così. Io l’ho vissuto e credo sia il modo giusto di crescere dei figli: è quello che cerco di fare anch’io.
Com’è stata l’infanzia di suo padre?
È stata un’infanzia tranquilla. È cresciuto in una famiglia numerosa, con tre sorelle e un fratello. Mio nonno era ferroviere e papà è cresciuto nelle case popolari. Credo si sia portato dietro per tutta la vita il ricordo delle sue origini, senza mai dimenticare da dove veniva. Forse è stato anche questo il suo stile, quello che gli altri hanno sempre apprezzato di più.
Anche lei ha iniziato una carriera nel calcio. Com’è andata?
Sì, da adolescente ho fatto quattro stagioni nel settore giovanile dell’Atalanta. Fino ai 18 anni potevo ritrovarmi, in parte, nella sua storia: avevo la mia squadra e i miei allenatori, ma nel tempo libero ce n’era uno in più che mi ricordava sempre: “Se vuoi crescere, devi fare di più”. Mi riportava la sua esperienza, molto diversa dalla nostra: per lui c’erano la strada e l’oratorio, ore da solo contro un muro a lavorare sulla tecnica. Io giocavo in porta, ma comunque i consigli non mancavano. Sempre però nel rispetto dei ruoli e dell’autorità dei miei allenatori.
Come giocatore lui era una vera icona. Com’era vivere con lui?
Quando sei bambino non ci fai nemmeno caso. Io sono nato nel ’74 e lui ha smesso quattro anni dopo: la sua carriera per me era qualcosa di vago. Sapevo qualcosa, ma a 14-15 anni non ti metti a studiare quello che ha fatto tuo padre. Il rapporto è tutto nel presente. Ogni tanto qualcosa emergeva, ma non amava raccontarsi. Ed è naturale: non vai a riempire tuo figlio di storie di trent’anni prima. Se glielo chiedevi, rispondeva. Con gli amici, magari, diceva qualcosa in più.
Quando ha iniziato a riscoprire la sua storia?
Dopo la sua scomparsa, nel 2006. Ho iniziato piano piano a ricostruirla, anche grazie a tutto quello che mia madre aveva raccolto con grande ordine: ritagli di giornale, appunti, foto. Poi incontrando persone, viaggiando, mettendo insieme i pezzi. La cosa più bella è stata vedere come tutto tornava, tra il giocatore e il padre. Dentro quella storia, ritrovavo lui: semplice, diretto, immediato.


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