Matteo Grezzana: «L’invecchiamento è una conquista»
di Claudio Capitini | 4 Febbraio 2026L’Italia è sempre più un Paese di anziani e il sistema sanitario è chiamato alla complessa sfida di garantire cure efficaci senza perdere di vista autonomia, qualità di vita e dignità. Nella puntata di Verona Salute dedicata alle fragilità dell’età avanzata, il geriatra Matteo Grezzana, primario di Geriatria e già direttore del Dipartimento Internistico dell’ULSS 9 Scaligera, propone un nuovo sguardo sul tema dell’invecchiamento: non più un problema ma una grande conquista sociale, che richiede però un profondo ripensamento dei modelli di cura e di assistenza.
Il sistema sanitario risente sempre più dell’invecchiamento della popolazione. Qual è la sua opinione?
Questa è, in realtà, un’enorme conquista sociale, di cui dobbiamo essere orgogliosi. È il risultato del progresso costruito in Occidente e in Italia negli ultimi decenni: non solo medicina, ma benessere, stili di vita e sviluppo. Ha un costo sociale, certo, ma è un costo giusto, come un regalo importante che scegliamo consapevolmente di pagare. Nessuno vorrebbe tornare alle condizioni di qualche decennio fa o a quelle dei Paesi in via di sviluppo.
Quali criteri si usano per definire la condizione di un paziente anziano?
Si parla soprattutto di fragilità e vulnerabilità. La fragilità è un criterio clinico, elaborato dalla geriatria e oggi ben definito e misurabile. Riguarda soprattutto la forza fisica. La vulnerabilità è un’altra cosa: cresce con l’età. Si può essere molto anziani e quindi vulnerabili, senza essere fragili. Per esempio Piero Angela e Ornella Vanoni hanno lavorato fino a età avanzata: non erano fragili, ma certamente vulnerabili perché molto anziani.
Una delle paure più grandi per un’anziano è la caduta. Quanto può essere pericolosa?
La caduta è spesso un evento drammatico. Da anziani può causare fratture gravi a femore, vertebre, bacino, con immobilità e interventi chirurgici impegnativi. Ancora più pericoloso è il trauma cranico, soprattutto perché molti anziani assumono farmaci che favoriscono le emorragie. Anche quando non ci sono conseguenze cliniche rilevanti, resta spesso la paura di cadere: una condizione invalidante, che riduce sicurezza e autonomia e rende difficile tornare a una vita normale.
Come distinguere il deterioramento cognitivo lieve dalla demenza vera?
È una distinzione fondamentale. La demenza è una malattia grave, in tutte le sue forme. Il deterioramento cognitivo lieve (MCI) invece non è una vera malattia. Solo una minoranza dei casi, meno del 20%, evolve nel tempo verso la demenza. È un dato rassicurante. Un altro segnale positivo è l’autocritica: quando la persona si accorge dei propri vuoti di memoria ed è preoccupata, la prognosi è generalmente migliore. Più allarmante è quando il problema viene notato soprattutto dai familiari.
Come ci si deve comportare con una persona che ha problemi cognitivi?
Non bisogna accanirsi né cercare di farla ragionare a tutti i costi. Questo aumenta ansia e stress e può peggiorare ulteriormente le capacità cognitive.
Negli anziani l’uso di molti farmaci è frequente. Quando può diventare un problema per la salute?
Questo è il caso della polifarmacoterapia, cioè l’assunzione contemporanea di molti farmaci, in genere cinque o più, per periodi prolungati. È un problema comune e non dipende dal paziente, ma dall’accumulo di prescrizioni specialistiche senza una visione d’insieme, a cui talvolta si aggiunge l’autoprescrizione di farmaci da banco. Il risultato può essere una terapia eccessiva, anche con più di dieci farmaci al giorno, che difficilmente porta benefici e può diventare dannosa. Per questo è spesso necessario avviare un percorso di deprescrizione.
Che cos’è la deprescrizione?
È la riduzione o sospensione graduale e controllata dei farmaci che non sono più utili o che possono causare più danni che benefici. Si tratta di un processo clinico strutturato: analisi della terapia in atto, verifica delle indicazioni, condivisione degli obiettivi con il paziente, modifica della cura e successiva rivalutazione. È un percorso complesso, che richiede tempo, competenze e anche umiltà, perché talvolta è necessario tornare sui propri passi. È un atto tipicamente geriatrico, ancora poco insegnato nei percorsi di formazione.
Qual è il punto di partenza per la presa in carico del paziente anziano?
La visita domiciliare. È sempre più rara per motivi organizzativi e culturali, ma dovrebbe tornare centrale. Senza una valutazione a casa, molti anziani rischiano di diventare invisibili, seguiti solo a distanza con telefonate, messaggi e prescrizioni. Questo approccio favorisce una catena di problemi che spesso porta a ricoveri o accessi al pronto soccorso evitabili.
Come si fa prevenzione in geriatria?
Si comincia molto presto, fin dall’infanzia. La prevenzione è fondamentale e in geriatria lo è ancora di più: stili di vita corretti e cura di corpo e mente si costruiscono nel tempo e favoriscono un buon invecchiamento. Esiste poi una prevenzione specifica nell’anziano, che resta essenziale e non deve concentrarsi sulle singole malattie, ma sul mantenimento dell’autonomia.
Quali strategie concrete si utilizzano per mantenere l’autonomia nei più anziani?
Le strategie psicosociali sono centrali. Per esempio favorire il più a lungo possibile la guida dell’automobile: privarne un anziano significa ridurre drasticamente autonomia e qualità di vita. È poi fondamentale prevenire l’isolamento sociale, che favorisce depressione, peggioramento delle malattie e nuove fragilità. La prevenzione geriatrica punta prima di tutto a preservare autonomia e relazioni.
Che ruolo hanno le reti familiari nel contrastare l’isolamento?
Le reti familiari restano la principale ancora di salvezza, ma non tutte le solitudini sono uguali: c’è quella subita, legata all’abbandono, e quella scelta. Anche tra gli anziani le situazioni differiscono: chi è sempre vissuto solo è spesso più attrezzato a gestirlo, mentre chi si ritrova solo in età avanzata, per lutti o perdite, è molto più a rischio, soprattutto se uomo. In questi casi la famiglia può fare molto: essere presente con una visita o, quando non è possibile, con una telefonata quotidiana. Far sentire gli anziani amati e considerati, coinvolgerli nelle scelte, chiedere un consiglio e tenerli informati rafforza il senso di appartenenza.
Avere un animale quanto può essere importante?
È fondamentale, soprattutto per gli anziani. È scientificamente dimostrato che un animale domestico ha un effetto protettivo sulla salute: migliora l’umore e aiuta a mantenersi attivi. Il cane, per esempio, obbliga a uscire di casa almeno due volte al giorno, con benefici importanti. C’è poi la dimensione affettiva. Resta una difficoltà: convincere un anziano che non ha mai avuto animali a prenderne uno è complesso. In genere funziona soprattutto con chi è abituato da sempre a vivere con gli animali.
Qual è l’orientamento della politica sanitaria verso la cura ai più anziani?
Risposte definitive dei problemi discussi non ce ne sono ancora, ma l’orientamento è positivo. Negli ultimi anni la politica ha riconosciuto il valore della domiciliarità, cioè la possibilità di restare a casa propria il più a lungo possibile. L’istituzionalizzazione resta necessaria in alcuni casi, ma non può essere la risposta prevalente: non sarebbe sostenibile né dignitosa. L’obiettivo deve essere mantenere gli anziani a casa, garantendo però adeguati supporti.


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