roberto tricella - capitano dello scudetto Verona

Roberto Tricella: «Il Verona dello scudetto non è stata una favola, ma un cammino lungo anni»

di Redazione | 13 Gennaio 2026

Roberto Tricella, nato a Cernusco sul Naviglio nel 1959, è stato uno dei liberi più eleganti e intelligenti del calcio italiano degli anni Ottanta. Capitano dello storico Verona campione d’Italia nel 1984-85, ha vestito anche le maglie di Juventus e Bologna, distinguendosi per uno stile misurato e una leadership silenziosa che gli sono valsi il rispetto di compagni e avversari. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, l’ex capitano gialloblù ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera: dal metodo Bagnoli al senso di appartenenza, fino alle riflessioni su un calcio moderno che fatica a ritrovare la propria identità.

Cosa prova oggi a ripensare a quell’incredibile stagione dello scudetto?

Sono stati momenti impagabili. Al di là del trionfo sportivo, tra noi e la gente di Verona si è creata una trasmissione di valori che nessuno potrà mai portarci via. Però lasciatemi dire una cosa: quel Verona non è stato una favola nata dal nulla. O meglio, lo è stato nel coronamento dello scudetto, ma dietro c’erano anni di cammino e di crescita costante. A differenza del Leicester, noi non siamo stati una meteora: avevamo basi solidissime, nonostante la società fosse costretta ogni anno a vendere i pezzi migliori. Anzi, ho sempre avuto la convinzione che se quel gruppo fosse stato mantenuto e rinforzato, avremmo potuto vincere ancora molto.

Uno dei punti di forza di quel Verona era il gruppo. Com’era il rapporto tra voi e in che modo Osvaldo Bagnoli gestiva lo spogliatoio?

Eravamo un gruppo di professionisti, certo, ma soprattutto di amici. Bagnoli era stato capace di creare l’ambiente ideale grazie alla sua chiarezza assoluta. Già al secondo giorno di preparazione scriveva la formazione alla lavagna: «Questa è la mia squadra per quest’anno», diceva. Però aggiungeva subito un concetto fondamentale: se qualcuno gli avesse dimostrato di essere più in forma del titolare, avrebbe giocato lui. Lo seguivamo ciecamente perché sapevamo che per il mister non contavano i nomi o i meriti acquisiti, ma la verità del campo. Giocava chi se lo meritava, ogni singolo giorno.

Fra tanti grandi campioni, com’è diventato capitano di quella squadra?

Quando arrivai al Verona l’allenatore era Veneranda; l’anno successivo la squadra fu rifatta praticamente da zero e arrivò Bagnoli. In mezzo a tutti quegli scombussolamenti, eravamo rimasti solo io e Adriano Fedele. Non ci fu bisogno di investiture ufficiali: la scelta cadde su di me in modo automatico, forse perché venivo percepito come la figura più rappresentativa del nostro modo di stare in campo. Ma, al di là della fascia, la verità è che in quel gruppo c’erano tantissimi leader e un senso di appartenenza fuori dal comune. Sono queste le radici che rendono grande una squadra, ben oltre le semplici doti tecniche.

Rispetto alla sua epoca, qual è l’opinione che si è fatto del calcio di oggi?

Il calcio è profondamente cambiato, soprattutto sotto il profilo dell’identità. Oggi si fa fatica a identificarsi con le squadre perché i calciatori non restano più di due o tre anni. Vanno e vengono così velocemente che il tifoso quasi non sa più chi scende in campo. Detto questo, c’è da dire che ci sono anche molte innovazioni utili. Per esempio sono favorevole al VAR perché mette fine a polemiche e situazioni che possono determinare un risultato in modo negativo: penso al mio gol fantasma contro la Juve, che oggi sarebbe stato convalidato. Tuttavia, credo si esageri sui falli di mano: non si può fischiare rigore per un tocco involontario su un tiro da mezzo metro. In quei casi preferirei tornasse centrale la discrezionalità dell’arbitro. La sensazione del campo è decisiva, e spesso non la capisci nemmeno riguardando l’azione cento volte al monitor.

C’è un ricordo o un aneddoto che le è rimasto particolarmente impresso della sua carriera?

C’è una battuta di Dino Zoff che porto nel cuore. Oltre a essere stato uno dei portieri più grandi della storia è stato anche il mio allenatore, e durante quell’esperienza mi disse una cosa che ancora oggi mi fa sorridere: «Roberto, ho capito che era ora di smettere proprio in quella stagione, perché mi avevi fatto gol tu alla prima giornata e Ferroni alla seconda».  

Durante quelle stagioni al Verona che rapporto si era creato con i tifosi?

Vivevamo un calcio molto più umano, a misura di tifoso. Gli allenamenti erano a porte aperte: si stava insieme, ci si incrociava quotidianamente. Oggi, tra sponsor e restrizioni di ogni tipo, tutto è diventato blindato e distante. Eppure, resto convinto che il rapporto con la gente debba rimanere la priorità assoluta.  

Che legame c’è oggi fra voi ex-compagni?

Ancora oggi, ogni volta che ci incrociamo, scatta immediatamente quella sensazione di appartenenza, come se fossimo ancora in campo. Abbiamo avuto l’immensa fortuna di giocare a quei livelli e di realizzare un sogno comune: è un’esperienza che ti fa rimanere un po’ bambino. Sotto certi aspetti, credo di non essere mai maturato del tutto: quando ci ritroviamo, ritorno subito dentro quel sogno. È un legame che non svanisce, ci resterà sempre addosso quel pizzico di spirito di squadra.