Gianni di Marzio: «L’ho visto e ho capito che era il Dio del calcio»
di Redazione | 10 Gennaio 2026Diego Armando Maradona non è stato solo un calciatore, ma un’icona mondiale capace di unire talento geniale e riscatto sociale. Nato nel 1960 a Lanús e cresciuto nella povertà di Villa Fiorito, il “Pibe de Oro” ha trasformato il calcio in una forma d’arte, portando l’Argentina sul tetto del mondo nel 1986 e il Napoli ai vertici del calcio italiano ed europeo.
Il primo a scoprire il talento di Diego fu l’allenatore Gianni Di Marzio, che lo voleva portare a Napoli già nel 1978. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Di Marzio ha ripercorso i momenti della scoperta di quello che sarebbe diventato il più grande di tutti.
Lei è l’uomo che ha scoperto Maradona quando era ancora un ragazzino in Argentina. Com’era andata quella missione a Villa Fiorito?
Ero l’allenatore del Napoli e mi misi in contatto con l’Argentina per vedere questo ragazzo di cui si parlava. Organizzai un provino, ma lui inizialmente non si presentò. Decisi di andarlo a prendere personalmente a Villa Fiorito. Quando lo vidi, dico la verità dal cuore: mi è scaduto subito. Pensavo ai giornalisti che avevo portato con me e vedevo questo ragazzino piccoletto, con i capelli folti e il fisico un po’ tarchiato. Dissi tra me e me: «Ma dove andiamo? Dove va questo qua? Speriamo non venga nemmeno al campo».
Cosa le fece cambiare idea così drasticamente?
Lo convinsi a venire promettendogli che lo avrei portato in Italia e avrei aiutato la sua famiglia. Una volta al campo, ha giocato solo dieci minuti. Ha fatto tre gol. Uno appena battuto il calcio d’inizio, uno con una sforbiciata volante e poi una punizione dal limite. Ha messo la palla a terra, ha fatto tre passi e l’ha infilata all’incrocio come fosse telecomandata. Ho avuto paura: c’era un giornalista appassionato della Lazio e temevo me lo soffiasse. Feci finta di dover andare in bagno per portarlo via dal campo di nascosto e farlo smettere di giocare subito.
Fu in quel momento che nacque il primo contratto di Maradona con il Napoli?
Esattamente. Gli dissi che se non avesse firmato in quel momento, non lo avrei mai portato in Italia. Lo feci firmare su dei fogli che avevo con me per una cifra che oggi definiremmo ridicola, circa 200.000 dollari. Per quindici giorni l’ho tenuto, tra virgolette, “al guinzaglio”: pranzavamo e cenavamo insieme perché volevo proteggere quel tesoro. Quando tornai a Napoli e lo proposi al Presidente, lui mi rispose che ero troppo fissato con i giovani e che servivano campioni affermati per vincere. Diego rimase lì, e l’anno dopo passò al Barcellona per quattordici miliardi di lire. Fortunatamente, il destino lo avrebbe poi riportato a Napoli qualche anno più tardi.
Cosa ne pensi di quello storico mondiale del 1986 in Inghilterra? Quello della famosa “Mano de Dios”?
In quel Mondiale Diego ha dimostrato tutto. Dopo il gol con la mano in semifinale, ha voluto segnare quello che è stato definito il “gol del secolo” in finale per togliere ogni ombra. Ha superato mezza squadra, il portiere, ha resistito ai recuperi e ha segnato con i piedi un gol splendido. Era la sua risposta al mondo: sapeva di aver sbagliato prima e ha voluto dimostrare chi era davvero.


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