Francesca Porcellato: «Basta eroismo, siamo atleti come gli altri»
di Redazione | 25 Febbraio 2026Ogni quattro anni, in occasione dei Giochi Paralimpici, il grande pubblico riscopre storie straordinarie che meriterebbero attenzione continua. Quella di Francesca Porcellato è tra le più significative in assoluto: nata a Castelfranco Veneto nel 1970, soprannominata “la rossa volante” per la chioma e per le innumerevoli vittorie, è una delle atlete più titolate nella storia dello sport paralimpico mondiale. Quindici medaglie conquistate in tredici edizioni dei Giochi Paralimpici, in tre discipline diverse – atletica leggera, sci di fondo e ciclismo – più i successi nelle maratone di New York, Londra, Boston e Parigi e il record mondiale sulla stessa distanza. Ritiratasi nel 2024, oggi si dedica alla promozione dello sport paralimpico e collabora con l’organizzazione delle olimpiadi Milano Cortina. Ospite di Verona Salute su Radio Adige TV, ha ripercorso la sua carriera e condiviso la sua visione su sport e inclusione.
Quanto è stato importante lo sport nella sua vita?
Fondamentale. A 18 mesi ho avuto un incidente che mi ha fatto perdere la funzionalità delle gambe. Lo sport mi ha insegnato a trasformare quel trauma: ti porta a conoscere a fondo il tuo corpo e la tua mente, e a scoprire una forza che non pensavi di avere.
Come vive oggi quel momento?
Non penso mai all’incidente. Non mi chiedo “perché a me”. Guardo al percorso che ho fatto. È una parte della mia storia e ha contribuito a rendermi la persona che sono. Non lo vivo né in modo negativo né positivo: è qualcosa che mi è accaduto e che ho affrontato al meglio. Oggi vivo tutto questo molto serenamente. Anche la carrozzina non è mai stata un limite, ma uno strumento di libertà: spingerla veloce significava sentirmi viva e indipendente. Quando è arrivata la prima, è stato come ricevere delle ali per volare.
Come è nato il passaggio dai Giochi Paralimpici estivi a quelli invernali?
Dopo tante edizioni estive, tra atletica e handbike, ho sentito il bisogno di una nuova sfida. Le Paralimpiadi di Torino 2006 erano i Giochi in casa e volevo esserci a tutti i costi. Così ho scelto di cambiare disciplina e avvicinarmi allo sci di fondo, un mondo che allora mi sembrava lontano. È stata una scoperta bellissima, che mi ha portato a vivere anche tre Paralimpiadi invernali. Oggi guardo a quel passaggio con uno sguardo più maturo: è stato un percorso di cambiamenti e adattamenti, ma la passione è rimasta la stessa.
Lo sport può essere uno strumento di inclusione e di riscatto per chi vive con una disabilità?
Lo sport ti aiuta ad entrare nella società, a sentirti vivo, a sentirti parte di qualcosa. Forse anche a riscattarsi, ma più che altro a riscattarsi negli occhi degli altri, che vedono la disabilità come un limite. Con lo sport si può testimoniare che non lo è, che tutti abbiamo qualità che vanno oltre la disabilità e che possiamo raccontarle in modo efficace.
Ripensando al suo percorso, si sente un’eroina?
Non sono un’eroina. Sono una persona normale che ha incontrato limiti e ha lavorato su quei limiti per dare forma ai propri sogni.
Le barriere architettoniche esistono ancora?
Purtroppo sì. Negli anni Settanta la disabilità era un tabù e le città non erano pronte ad accoglierla. Da allora sono stati fatti grandi passi avanti, ma non siamo ancora arrivati al traguardo. Ci sono ancora spazi non a misura di persona con disabilità e resistenze culturali. Lo sport sta aiutando molto, perché mostra a tutti cosa è possibile fare. Ma le barriere, fisiche e mentali, non sono ancora scomparse.
Cosa pensa della narrazione che viene fatta oggi sull’inclusione?
Spesso è più proclamata che reale. Non serve raccontare gli atleti paralimpici come eroi, se poi fuori ci sono ancora gradini e ostacoli che impediscono la vita quotidiana. C’è ancora troppo perbenismo. La vera inclusione è un obiettivo, non una realtà compiuta. Quello che chiediamo sono gli stessi diritti, gli stessi doveri e gli stessi riconoscimenti di tutti gli altri.
Com’è oggi il movimento paralimpico?
Negli ultimi anni è cresciuto moltissimo. “Paralimpico” è ormai una parola entrata nell’uso comune, segno di un cambiamento culturale importante. Si può crescere ancora, con qualità, continuità e più cultura sportiva. Non bisogna parlarne solo ogni quattro anni, durante i Giochi: deve diventare una normalità quotidiana. Siamo a buon punto, ma il percorso continua, passo dopo passo.


In Evidenza
Francesca Porcellato: «Basta eroismo, siamo atleti come gli altri»

“Ciacole e Botteghe”, un podcast per raccontare le botteghe storiche di Verona

MasterChef 15, la semifinale si gioca ai 12 Apostoli

Adaílton: «Oggi si parla troppo di sistemi, ma il calcio è dei giocatori»

Il cappello di J-Ax e gli occhiali di Dargen: i cimeli dei vip all’asta per beneficenza

Un veronese nei panni del Pibe de Oro: Lorenzo Salvetti è il nuovo “Maradona”

Sanremo, Carlo Conti: «Dedicherò questo festival a Pippo Baudo»

Biblioteca Capitolare e BCC Veneta insieme per valorizzare un patrimonio culturale millenario

Berretto di lana: storia, stile e spirito olimpico

