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Paolo Pagliarini: «AmpiaMente mette davvero al centro le persone»

di Claudio Capitini | 10 Dicembre 2025

La multinazionale farmaceutica Daiichi Sankyo Italia ha avviato AmpiaMente, un progetto nato per valorizzare la diversità e promuovere inclusione, neurodiversità e collaborazione tra generazioni. L’iniziativa si inserisce in un modello aziendale che integra scienza, ricerca e responsabilità sociale, con un’attenzione particolare alla sostenibilità e alla piena partecipazione anche delle persone con disturbi dello spettro autistico. Ospite di Verona Salute, Paolo Pagliarini – Direttore Risorse Umane, Comunicazione Aziendale, Mobilità e Strutture – racconta le motivazioni, le scelte culturali e le azioni concrete che stanno trasformando AmpiaMente in un’esperienza pilota nel panorama farmaceutico.

Che cos’è AmpiaMente e quali obiettivi si pone?

AmpiaMente è un approccio nato in Italia, autorizzato dalla nostra capogruppo, che vuole rendere concreto l’impegno dell’azienda sui temi sociali. Crediamo che un modello di business che consideri l’impatto sociale in ogni decisione abbia un grande valore e, con questo progetto, puntiamo a creare un ambiente di lavoro equo e aperto alla diversità, capace di valorizzare capacità e potenziale di ogni individuo. L’obiettivo è mettere davvero le persone al centro, riconoscendole non solo come professionisti ma come individui unici, con talenti e bisogni differenti. Abbracciare tutte le diversità, comprese le neurodiversità, rappresenta per noi una leva per innovare e crescere insieme. AmpiaMente non è solo un nome: è un percorso culturale che prepara l’organizzazione ad accogliere e utilizzare le differenze come una risorsa.

Lei stesso parla di un “miracolo” aziendale. Come siete riusciti a realizzarlo?

Sì, è un miracolo. O meglio, spero che diventi tale, perché stiamo ancora lavorando in questa direzione. Ho trovato un terreno fertile: il nostro gruppo ha una visione di business orientata a essere una Global Healthcare Company innovativa, contribuendo allo sviluppo sostenibile della società. Proprio in quell’aspetto di sostenibilità mi sono inserito, guardando ai criteri ESG (Environmental, Social and Governance, NdR) , e ho chiesto al mio referente europeo di poter lavorare quest’anno sulla S di social. Per questo ho ricevuto l’autorizzazione ad avviare il progetto in Italia. Facciamo di tutto affinché diventi un vero miracolo per noi, e lo sarà quando le persone che abbiamo inserito saranno parte attiva dell’organizzazione. Non ci limitiamo all’assunzione: vogliamo che riescano a integrarsi, e per farlo serve uno sforzo da parte di tutti.

Perché un focus specifico sulla neurodiversità e, in particolare, sullo spettro autistico?

Siamo stati colpiti da dati che non possono lasciare indifferenti: 500.000 giovani sotto i vent’anni nello spettro autistico in Italia, e solo il 20% di loro ha una professione. Molti di noi hanno esperienze dirette o indirette con amici, colleghi, famiglie coinvolte in queste situazioni. Conosciamo le difficoltà che arrivano quando finiscono i contributi per logopedia, psicologia e altri servizi, e quanto questo pesi sull’ingresso nel mondo del lavoro. Per questo ci siamo detti che era necessario dare un segnale, pur sapendo che si tratta solo di una goccia nell’oceano. Abbiamo iniziato con l’inserimento di una persona, poi due, e in passato avevamo già avuto un’esperienza molto positiva con un collaboratore che è con noi da più di otto anni. Ogni percorso è diverso, ogni storia è unica, ma il valore è evidente.

Uno dei nodi principali nell’autismo è la comunicazione. Come avete affrontato questo tema in azienda?

La comunicazione, verbale e non verbale, è la prima diversità che emerge quando ci si interfaccia con un ragazzo autistico. Per questo servono attenzione, curiosità e formazione a 360 gradi. Ricordo un ragazzo che mi disse: “Quando mi parli, non ti preoccupare se chiudo gli occhi: ti sto ascoltando”. Sono segnali che mostrano percezioni diverse dalle nostre, e richiedono disponibilità a comprenderle. Abbiamo quindi lavorato sulla formazione dei colleghi, coinvolgendo società e associazioni che operano con questi ragazzi, per capire come approcciarli e come ricevere gli input e i suggerimenti che ci offrono. Un’esperienza particolarmente significativa è stata quella di una giovane collaboratrice che abbiamo inserito: ha tenuto un digital talk in cui ha raccontato ai colleghi ciò che vive ogni giorno, spiegando ad esempio che cosa rappresenti per lei un rumore elevato in ufficio. Questi momenti ci aiutano a conoscerci meglio, ad aprire la mente e a costruire un’integrazione reale.

Il tema culturale e lo stigma sono più difficili da superare rispetto agli aspetti organizzativi?

Intervenire sull’area culturale richiede più tempo: è più semplice modificare un’organizzazione che cambiare certi approcci mentali. Non c’è un interruttore on/off, è un percorso che però ci sta dando grandi soddisfazioni. Stiamo imparando tutti: i ragazzi autistici, i colleghi, il management. Una nostra collaboratrice con neurodivergenze ha detto una frase che sintetizza al meglio questo percorso: “Se io mi trovo bene qui, allora chiunque può trovarsi altrettanto bene”. Il messaggio è chiaro: ognuno deve potersi sentire se stesso all’interno dell’azienda. AmpiaMente è uno strumento per fare cultura in questa direzione e rafforzare la nostra identità organizzativa.

Un altro tema su cui lavorate è la collaborazione intergenerazionale. Perché è così rilevante oggi?

È una delle sfide che tutte le aziende devono imparare a gestire. L’età pensionabile si è allungata e oggi convivono generazioni con approcci molto diversi: in azienda abbiamo circa il 68% di boomers e Gen X e il 32% di millennials e Gen Z. Proprio da queste differenze possono nascere grandi opportunità. In Toscana, prima della pandemia, abbiamo inserito un gruppo numeroso di over 60 all’interno di una struttura di informazione medico scientifica sul territorio: si sono integrati benissimo e hanno arricchito i più giovani. Abbiamo poi sperimentato affiancamenti tra un professionista “boomer” e un collega della generazione Z in diverse altre occasioni, con risultati molto positivi. Ognuno porta e impara qualcosa: per noi è un investimento reale.

Daiichi Sankyo Italia è impegnata anche sul fronte ambientale. In che modo?

La sostenibilità ambientale fa parte della nostra storia. Già negli anni Trenta il gruppo avviò a Washington la piantumazione dei ciliegi, simbolo nazionale del Giappone, Paese della nostra casa madre, iniziativa poi ripresa anche nel New Jersey. A Roma, con lo stesso albero, abbiamo contribuito alla passeggiata del Giappone all’Eur. Oggi gli investimenti principali riguardano lo stabilimento di Pfaffenhofen in Germania, dove puntiamo al 100% di energia green grazie a fotovoltaico, pale eoliche e un impianto a biomasse. I risultati sono così positivi che produciamo energia anche per la comunità locale. Persino le aiuole sono curate “a misura di api”, a sostegno della biodiversità. Sono piccole cose, ma danno il senso di una filosofia che cerca di ridurre al minimo l’impatto sul territorio.