Anna Galtarossa: «L’arte? Un “segreto” tra me e mio nonno»
di Alice Martini | 10 Dicembre 2025Palazzo Maffei si è arricchito di una nuova opera, “Cometa”, installazione site-specific collocata nello scalone elicoidale dell’ingresso, nata dalla poetica onirica di Anna Galtarossa con soundscape del premio Oscar Nicolas Becker e inaugurata proprio nel contesto della ventesima edizione di Art Verona. L’artista veronese (1975), che opera e vive tra la sua città e New York, ripropone in quest’opera la sua arte fatta di materiali di uso quotidiano e di memoria, mettendo in dialogo il Museo con l’arte contemporanea.
Anna, partiamo dal principio e da quella figura che ha fatto entrare l’arte nella sua vita: suo nonno.
Tutto cominciò dal mio bisnonno che venne a vivere qui e divenne imprenditore all’inizio del secolo scorso. Uno dei suoi figli, mio nonno, il quale aveva seguito la carriera del padre, essendo anche appassionato d’arte, fu tra i soci fondatori degli Amici dei Civici Musei proprio a Verona, costituendone una novità nella città. Per tanti anni ne fu il presidente e la sua figura per me è molto simile a quella di Luigi Carlon oggi che ci ha riabituato ad “operazioni” di cura e attenzione verso l’arte contemporanea e la cultura. Fu proprio mio nonno, da bambina, a guidarmi nella mia vita di artista, posso dire che la cultura fosse il filo conduttore del nostro rapporto e un po’ il nostro “segreto”. Poi la svolta definitiva l’ebbi a vent’anni, a Parigi, quando la mia insegnante di inglese mi portò a vedere una mostra di Felix Gonzalez-Torres nei primi anni ’90 e lì ho capito che c’era un mondo che non avevo ancora visto, ma di cui volevo far parte.
Come nasce l’idea dell’installazione “Cometa”?

Luigi e Vanessa Carlon mi avevano chiesto ormai più di tre anni fa di realizzare un’opera per lo scalone, ma doveva essere un lavoro pensato e studiato con calma, perché si armonizzasse bene con il contesto storico dell’edificio. Nei materiali c’è un po’ di tutto, uncinetti raccolti da me in Tibet, tessuti comprati in Corea, elementi naturali del mio giardino, ma anche incarti di uova di Pasqua o vasetti di Nutella (ride ndr), una riflessione sul passato e la memoria ma anche uno sguardo al futuro. È stata un po’ una sfida trovare i tempi e i modi per fare “violenza” su questo luogo così storico ma che al contempo richiede presenza e delicatezza: non avevo mai lavorato in uno scalone ed è uno spazio a livello architettonico davvero intrigante.
Si spieghi meglio.
Quando lavoro sono abituata ad essere spettatrice, cioè non ho un solo punto di vista, ma molti. In questo spazio, uno scalone di 27 metri, i punti di vista si moltiplicano in maniera esponenziale e non avevo una planimetria. Allora ho lavorato con la realtà virtuale, disegnando e riproducendomi a casa lo scalone per poterne lavorare con metodo, ragionando su spazio, colori e forme, entrando in armonia con lo spazio stesso. Mi piace moltissimo lavorare con questa progettualità, producendo anche opere con la realtà virtuale o portando mie opere all’interno di questa tecnologia.
Lavora da sola o ha delle collaborazioni?
Mi piace molto provare e anche sbagliare, per questo a volte chiedo aiuto per delle collaborazioni ma molto spesso è nel lavorare da sola che trovo libertà. Mi spiego: a volte mi rifiuto di imparare perché nell’errore viene fuori quel qualcosa di straordinario e inaspettato.
Progetti futuri?
Il prossimo appuntamento sarà a novembre a Castelfranco Veneto, dove sarò parte della mostra “Portofranco”, curata da Rossella Farinotti nello storico Palazzo Soranzo Novello, con un’installazione sulla facciata del cortile. Una nuova sfida molto interessante.


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