Giovanni Battista Luciani: «La robotica: una nuova era della cardiochirurgia»
di Claudio Capitini | 28 Novembre 2025La sanità veronese segna un traguardo storico: per la prima volta in Veneto un intervento al cuore è stato eseguito con una tecnica mini-invasiva assistita dal robot Da Vinci, entrando di fatto nelle nuove frontiere della cardiochirurgia. La procedura, svolta nel Polo chirurgico di Borgo Trento dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, tra i centri capofila in Italia nella chirurgia robotica, segna un cambio di paradigma per una disciplina che, fino a oggi, interveniva soprattutto con chirurgia “open”, prevedendo l’apertura dello sterno con un’ampia incisione. Ospite della trasmissione Verona Salute, il professor Giovanni Battista Luciani, direttore della Cardiochirurgia e del Centro Trapianti dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, ci ha accompagnato dentro logiche, potenzialità e complessità di questa nuova frontiera. Con lui abbiamo approfondito non solo l’innovazione robotica applicata alle coronarie, ma anche gli sviluppi futuri della disciplina, il tema cruciale dei costi, la ripresa delle donazioni di cuore e la centralità della prevenzione cardiovascolare.
Stiamo davvero parlando del primo intervento robotico al cuore in Veneto?
Sì, è corretto: si tratta della prima procedura di cardiochirurgia robotica eseguita a Verona e, più in generale, nella nostra regione. La chirurgia robotica è ormai consolidata in molte discipline altamente specialistiche, ma non lo è altrettanto in cardiochirurgia.
Perché Verona è entrata in questo ristretto gruppo di centri italiani?
La cardiochirurgia veronese ha da sempre una vocazione all’innovazione tecnologica, e questo passaggio per noi è stato naturale. La cardiochirurgia robotica, pur essendo una disciplina altamente specialistica con diversi anni di esperienza, ha avuto fasi alterne: in passato sono stati eseguiti anche interventi a cuore aperto, con esiti non pienamente soddisfacenti. Tuttavia l’evoluzione delle ultime versioni del robot Da Vinci ha però consentito una diffusione più ampia delle tecniche mini-invasive. Oggi la tecnologia è approvata a livello europeo per la chirurgia coronarica, e proprio da qui siamo partiti, con i bypass aorto-coronarici.
In cosa consiste l’intervento eseguito con il robot Da Vinci?
L’intervento ha l’obiettivo di costruire ponti vascolari per bypassare i restringimenti delle arterie coronarie. La tecnica robotica prevede l’inserimento nel torace dei bracci del robot Da Vinci attraverso piccoli orifizi intercostali: vere e proprie leve meccaniche a cui si aggiungono l’ottica e i canali di aspirazione, che permettono una manipolazione chirurgica remota.
Chi conduce materialmente l’operazione?
Il cardiochirurgo che esegue l’intervento non è al tavolo operatorio in assetto sterile, ma è seduto alla console all’interno della stessa sala. Da lì controlla i bracci robotici grazie a una telecamera che offre una magnificazione “iper-reale”, superiore a quella ottenibile con le tecniche endoscopiche o con l’occhio nudo. È però fondamentale che la guida remota sia strettamente affiancata dal cardiochirurgo presente al tavolo del paziente: un affiatamento perfetto tra i due è essenziale per garantire la massima sicurezza dell’intervento.
Quante figure professionali richiede un intervento robotico?
Un intervento di questo tipo coinvolge un’équipe numerosa e altamente specializzata. Accanto ai cardiochirurghi operano gli anestesisti e intensivisti cardiovascolari, tra cui il prof. Gottin e il dott. Enrico Mattiello, e un gruppo di tecnici e ingegneri che gestiscono la componente robotica. In questa procedura, eseguita a cuore chiuso e quindi senza circolazione extracorporea, i tecnici di perfusione, coordinati dal dott. Tabì, non intervengono attivamente ma rimangono in standby per garantire la massima sicurezza. Ci tengo molto a ringraziare i due colleghi maggiormente dedicati a questa nuova attività, il dott. Vincenzo Giambruno e la dott.ssa Ilaria Francese, oltre alle infermiere di sala operatoria Marcellina Frigo e Alessia Amico.
È prevista una formazione specifica?
Sì. Per ogni figura coinvolta esiste un percorso di formazione professionale codificato, necessario per affrontare un intervento così innovativo in condizioni di piena sicurezza. L’attuale versione del robot Da Vinci dispone inoltre della console doppia, due postazioni con visore e sistema di telemanipolazione che permettono a un chirurgo esperto di guidare e formare un collega più giovane. Questo costituisce un aspetto fondamentale, soprattutto in una sede universitaria.
Quali risultati avete ottenuto con i primi interventi? Come stanno i pazienti?
Abbiamo eseguito finora due interventi, entrambi riusciti molto bene. Al termine della procedura abbiamo effettuato una verifica immediata del risultato funzionale, che è risultato eccellente, e i pazienti hanno seguito un percorso post-operatorio di fast track: estubazione direttamente in sala operatoria e una degenza molto breve. Entrambi stanno molto bene e abbiamo già reclutato altri candidati, perché intendiamo intensificare e incrementare questa attività.
Qual è il principale vantaggio della mini-invasività permessa dal robot Da Vinci?
La mini-invasività consente innanzitutto di ridurre il trauma chirurgico. Significa meno dolore postoperatorio, minori complicanze, in particolare i sanguinamenti, molto rilevanti nella chirurgia cardiovascolare, e un impatto molto più contenuto sulle funzioni respiratorie e muscolo-scheletriche della gabbia toracica. Tutti aspetti che negli interventi tradizionali vengono inevitabilmente sollecitati, mentre grazie alle microincisioni intercostali possono essere in gran parte preservati.
La chirurgia robotica è sostenibile anche dal punto di vista economico?
Il costo elevato rimane un limite significativo e frena la diffusione della chirurgia robotica in altri ospedali. Noi, però, siamo fortunati: l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona ha investito con grande lungimiranza nell’innovazione tecnologica, dalla robotica ai cuori artificiali e ad altri dispositivi molto avanzati e costosi. Sono anche molto soddisfatto della nomina della professoressa Chiara Gardini a rettrice dell’Università di Verona: ha creato e coordina una task force che analizzerà proprio il rapporto costi-benefici della chirurgia robotica. Ci aspettiamo da questo lavoro indicazioni preziose, utili anche per valutare in modo oggettivo il nostro operato.
Cosa attende la cardiochirurgia robotica nei prossimi anni?
Stiamo attendendo, come specialisti cardiochirurghi, la nuova versione del robot Da Vinci, che dovrebbe arrivare in Europa e ottenere l’approvazione tra la primavera e l’estate del 2026. Sarà un passaggio cruciale, perché questa evoluzione dovrebbe consentire anche interventi sulle valvole cardiache e sui setti, quindi a cuore aperto. Il passaggio dalla chirurgia coronarica a cuore chiuso alla chirurgia valvolare e intracardiaca rappresenterebbe una svolta epocale, destinata ad ampliare in modo significativo le possibilità terapeutiche. In generale, la chirurgia robotica è avviata verso una crescita rapida: alcuni movimenti complessi della manualità chirurgica, oggi semplicemente assistiti dal robot, potrebbero in futuro essere parzialmente automatizzati da programmi di intelligenza artificiale.
Professore, lei ha impiantato anche un cuore artificiale. Come sta quel paziente?
Sta molto bene: è a casa da sette mesi. L’intervento è stato lungo e complesso, eseguito con un dispositivo di ultimissima generazione. Parliamo di condizioni cliniche rare, con indicazioni molto limitate, ma per noi è stato un traguardo importante, che ha permesso di crescere ulteriormente anche nella chirurgia dei trapianti e nelle tecniche di assistenza circolatoria.
E quali sono oggi i tempi d’attesa per un trapianto di cuore?
Restano troppo lunghi. Tuttavia, negli ultimi quattro-cinque anni abbiamo visto un aumento significativo delle donazioni d’organo, non solo di cuore. Merito di una maggiore sensibilità alla cultura del dono, particolarmente forte a Verona e in Veneto, e dell’introduzione della donazione a cuore fermo per arresto cardiaco controllato. Questa metodica, sperimentata per la prima volta a Padova e subito dopo da noi, sembrava incompatibile con i requisiti legislativi dei 20 minuti di elettrocardiogramma piatto, ma abbiamo dimostrato che può essere applicata con successo. Nel 2025 siamo avviati, in Italia e a Verona, a raddoppiare il numero di trapianti rispetto al 2015: un segnale dell’incremento importante della donazione.
Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte al mondo. Perché la prevenzione è ancora così centrale?
Perché è ciò che può fare davvero la differenza, molto più di qualsiasi intervento. Prevenzione significa controllare ed eliminare ciò che danneggia il cuore: sedentarietà, fumo, abuso di alcol, e tutte le sostanze nocive per il nostro organismo. Significa tenere sotto controllo condizioni come ipertensione, colesterolo alterato e diabete. Tutti questi fattori, se affrontati e associati a uno stile di vita attivo, possono ridurre l’impatto delle malattie cardiovascolari molto più di quanto possa fare la cardiochirurgia quando la patologia è avanzata.


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