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Nevio Scala: «Questo calcio senza umanità non mi dà più emozioni»

di Redazione | 20 Novembre 2025

Nevio Scala, padovano classe 1947, è uno di quei personaggi che hanno attraversato il calcio restando sempre fedeli a sé stessi. Centrocampista elegante negli anni d’oro di Roma, Fiorentina, Milan e Inter, poi allenatore capace di trasformare il Parma in un modello europeo negli anni Novanta, ha vinto in Italia e all’estero lasciando un segno profondo nel nostro calcio. Oggi vive a Noventa, ai piedi dei Colli Euganei, immerso in quella campagna che ha scelto come nuova vita. 

Ospite di Palla Lunga e Raccontare, con Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon, Scala ha ripercorso il cuore del suo calcio: l’umanità, la semplicità, lo stare insieme. Un modo di vivere lo sport che ancora gli scorre dentro, ma che sente lontano dal calcio di oggi: «A volte mi verrebbe voglia, alcuni giorni più di altri, di scendere dal mio trattore e riprovare il gusto della panchina. Perché quel calcio esiste ancora, da qualche parte. Non può essere scomparso, anche se tutto ci fa credere di sì.»

Quel calcio, il suo calcio: fatto di uomini prima ancora che di calciatori; fatto di emozioni, non di numeri.

Ma via, chi crede ancora alle favole dei numeri? 3-5-2, 4-3-3, 4-4-2… sono cose per i giornalisti, per chi ci vuole credere. No, una squadra è fatta prima da uomini. Gli schemi, i numeri, arrivano dopo. Molto dopo.

Così era il suo Parma, quello che ancora oggi fa venire gli occhi lucidi. Una squadra di uomini prima che di giocatori. 

Vedi, il bello è incontrare la gente di Parma. Ti fermi a parlare e ti dice “grazie”, non solo perché hai vinto, ma per come lo hai fatto. Per ciò che si era creato, per quello che quel gruppo ha rappresentato per anni. Il calcio vero, fatto di semplicità e umanità. Allenamenti aperti a tutti, si viveva in mezzo alla gente, ci si divertiva a stare assieme. Un gruppo di amici, prima che di grandi giocatori.

E lei era lì, a guidare quel gruppo di sogni. 

Nei primi giorni di ritiro dicevo sempre: “Se impariamo a pensare alla squadra prima che a noi stessi, siamo già a metà del cammino”. Era davvero una squadra dei sogni: Benarrivo, Di Chiara, Grün, Zoratto e quel matto di Asprilla, perché in una squadra ci sta anche un po’ di pazzia.

Lei ha vinto ovunque, dalla Germania alla Russia, e ha lanciato anche un certo Buffon. Oggi si è ritirato nelle campagne di Noventa, casa sua. Ma non le manca mai il calcio?

Non il calcio di oggi. Dovremmo tornare indietro, a un calcio più umano. Oggi basta che un bambino faccia due palleggi e subito lo chiamano “nuovo Messi”. Non c’è più equilibrio, non c’è più emozione. Allenamenti a porte chiuse, interviste a comando, droni che registrano tutto, il calcio al computer… Io non ho mai mandato qualcuno a vedere come giocava l’avversario. Non per presunzione, ma perché ho sempre voluto che la mia squadra facesse il suo calcio, senza adattarsi agli altri.

Scuote la testa, agita le sue mani grandi, «da contadino, orgoglioso di quello che faccio». Guarda il calcio dal suo trattore e ripete che no, «questo calcio non mi manca». Non quanto uomini come lui mancano al calcio.