Stefano Tacconi: «In quegli anni ero più forte di Zenga. A lui la Nazionale, ma io vincevo tutto»
di Redazione | 18 Novembre 2025Prendere o lasciare, non c’è storia. Stefano Tacconi è sempre stato così: matto al punto giusto per essere un grande portiere, come lo erano davvero i numeri 1 di una volta. Perugino classe 1957, è stato uno degli estremi difensori più iconici e divisivi del calcio italiano. Talento, coraggio, sfrontatezza e un carisma fuori dal comune lo hanno reso un protagonista assoluto degli anni d’oro della Juventus, con cui ha conquistato ogni trofeo europeo allora esistente, un primato che nessun altro portiere ha mai eguagliato. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare, Tacconi ha ripercorso la sua storia tra rivalità, trionfi, rimpianti e il peso di alcune pagine dolorose della storia del calcio. Un racconto senza filtri, come lui: spettacolare, istintivo, schietto, un kamikaze tra i pali che non ha mai avuto paura di essere se stesso anche a costo di rimetterci: «Non me ne frega niente, io ero fatto così e non avrei voluto essere diverso. Ho vinto molto, quasi tutto quello che c’è da vincere nel calcio. Che cosa posso pretendere di più?».
Forse la Nazionale, magari. Non che lei e Zenga foste nemici, sia chiaro. Ma neppure andavate d’amore e d’accordo: perché di portieri, in una squadra, ne gioca uno solo, e in quella Nazionale giocava quasi sempre Zenga.
Lui giocava in Nazionale, io vincevo tutto con la Juve. E lui rosicava per questo. No, non farei cambio: io, col mio carattere, ho fatto la mia strada, ho scelto di essere me stesso, anche a costo di rimetterci a volte. Ma sono in pace con la mia coscienza. Certo, magari al Mondiale del ’90 potevo esserci io…
E magari, aggiunge qualcuno, non avremmo preso il gol di Caniggia contro l’Argentina, e forse oggi parleremmo di un’altra storia.
Pazienza, doveva andare così…
Tacconi, lei era presente anche all’Heysel nel 1985, in quella tragica finale di Coppa dei Campioni dove gli scontri tra tifosi provocarono il cedimento di una parte delle strutture dello stadio, causando 39 morti e oltre 600 feriti.
Doveva essere una festa, è diventata una macchia che nessuno cancellerà mai. E a chi dice che avremmo dovuto comportarci in un’altra maniera rispondo che avrei voluto vedere chiunque, in quella situazione. Sapevamo e non sapevamo: nessuno ci aveva raccontato la verità. Ma la società non voleva giocare, fummo costretti a farlo. E non è vero che ci comportammo come se fosse stata una partita normale. Non lo era, non poteva esserlo. Giocammo solo perché non c’erano alternative.
Qualche tempo dopo la mandarono, insieme a Platini, a visitare i feriti e a portare loro la vicinanza e la solidarietà della società.
Nessuno di noi, nessuno di chi c’era quella sera, ha mai pensato a quella Coppa con l’anima serena. Quella sera resta per tutti un’ombra maledetta.


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