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Lorenzo Orsenigo: «La sicurezza non è un costo, ma un investimento»

di Redazione | 12 Novembre 2025

La sicurezza sul lavoro resta una delle sfide più urgenti e delicate del nostro tempo. Ogni giorno, nei cantieri e nei luoghi di produzione, si rinnova il bisogno di prevenzione, responsabilità e cultura condivisa. Ospite della trasmissione Verona Salute, Lorenzo Orsenigo, presidente dell’Associazione Infrastrutture Sostenibili (AIS) e direttore generale dell’Istituto di Certificazione e Marchio Qualità (ICMQ), ha illustrato i contenuti del position paper presentato alla Camera dei Deputati dall’AIS: un vero e proprio codice etico per la sicurezza partecipata, che mira a coinvolgere imprese, lavoratori e istituzioni allo scopo di rendere il lavoro più sicuro e sostenibile. Orsenigo ha approfondito il legame tra sicurezza, digitalizzazione e sostenibilità, sottolineando come la prevenzione non sia solo un dovere morale, ma anche un investimento strategico per il futuro del lavoro e delle imprese.

Qual è la missione dell’Associazione Infrastrutture Sostenibili?

L’obiettivo principale è fare cultura, fornendo strumenti e metodi che aiutino progettisti, imprese e stazioni appaltanti a realizzare infrastrutture davvero sostenibili. Quando si parla di sostenibilità, molti pensano solo all’ambiente. In realtà comprende anche aspetti economici e sociali, tra cui la sicurezza sul lavoro, elemento centrale della nostra attività. Con i nostri position paper riuniamo gli esperti dei soci e creiamo manuali pratici che indicano come applicare in concreto le buone pratiche. Perché un’infrastruttura è sostenibile solo se tutela anche le persone che la costruiscono.

Perché, nonostante le norme, la sicurezza nei cantieri resta ancora un punto critico?

Le leggi ci sono, così come i dispositivi di protezione individuale, ma spesso non vengono utilizzate. Da un lato manca la consapevolezza del lavoratore nel tutelare se stesso, dall’altro, la responsabilità dell’imprenditore nel far rispettare in modo rigoroso le regole di sicurezza, anche con eventuali sanzioni. A ciò si aggiunge una carenza di controlli da parte delle autorità e la scarsità di ispettori nei cantieri, che riduce l’efficacia del sistema. Molti incidenti derivano da negligenza o disattenzione: imbracature non indossate, protezioni assenti, norme ignorate. C’è poi un fattore umano spesso sottovalutato, quello dell’assuefazione: ripetere le stesse operazioni ogni giorno porta a un calo dell’attenzione e della percezione del rischio. Variando le mansioni o alternando i compiti si può ridurre questo pericolo, favorendo un atteggiamento più vigile e consapevole.

Cosa si intende quando si parla di “sicurezza attiva”?

La domanda è piccola, ma il problema è grande. Il settore delle costruzioni è tra i più esposti, e ciò rende evidente quanto ancora manchi una vera cultura della sicurezza. Nel nostro modello occidentale prevale la sicurezza passiva, basata su barriere e dispositivi che impediscono all’operatore di entrare in zone a rischio. In Oriente, invece, esiste un concetto opposto: la sicurezza attiva. Invece di barriere fisiche, basta una riga gialla sul terreno, e deve essere lo stesso operatore a non oltrepassarla, diventando protagonista della propria tutela. Questo approccio mostra che non bastano regole e protezioni: serve consapevolezza del rischio, capacità di valutare ciò che si sta facendo e di prevenire i pericoli con comportamenti responsabili.

Il vostro position paper ruota attorno a tre principi fondamentali: partecipazione, digitalizzazione e sostenibilità. Cosa significano concretamente?

Partecipazione significa che tutti gli attori, dalla stazione appaltante al progettista, dall’impresa al lavoratore, devono collaborare in modo proattivo per raggiungere gli obiettivi di sicurezza. La sicurezza, infatti, si progetta, non si improvvisa. Le soluzioni digitali sono un altro pilastro: oggi la tecnologia consente di controllare, verificare e prevenire i rischi, segnalando condizioni anomale o situazioni potenzialmente pericolose. Infine, la sostenibilità: la sua dimensione sociale comprende il benessere del lavoratore, che deve poter operare serenamente. Garantirgli sicurezza significa riconoscerla come bene primario dell’uomo, parte integrante della responsabilità collettiva.

Le tecnologie digitali possono davvero migliorare la sicurezza nei cantieri?

Assolutamente sì: la digitalizzazione è un alleato prezioso. Nel nostro position paper, liberamente scaricabile dal sito dell’associazione, abbiamo raccolto diversi esempi concreti. Grazie a visori e sistemi di realtà aumentata, un operatore può visualizzare in tempo reale le istruzioni per un intervento di manutenzione, osservare il modello dell’impianto su cui deve lavorare e ricevere indicazioni passo passo. Questo riduce il rischio di manovre errate e aumenta la consapevolezza del gesto tecnico. Esistono poi software di realtà virtuale che rilevano se qualcuno accede a zone vietate o se non indossa i dispositivi di protezione, come il casco o l’imbracatura, segnalando immediatamente la situazione. È però fondamentale chiarire che queste tecnologie non servono a controllare o sanzionare i lavoratori, ma a proteggerli. Le rappresentanze sindacali hanno partecipato attivamente alla stesura del documento e condividono questo approccio: la digitalizzazione deve essere al servizio della sicurezza, non della sorveglianza.

Quanto conta la formazione e come si può renderla davvero efficace?

La formazione è fondamentale, ma non può essere vista come un adempimento formale: la sicurezza non si improvvisa, va progettata e condivisa sin dall’origine del cantiere, come parte integrante dei valori del committente e dell’impresa. Perché i concetti diventino davvero operativi, è necessario che i lavoratori siano consapevoli, preparati e coinvolti. Oggi i cantieri riuniscono maestranze di diverse nazionalità, e questo richiede di superare le barriere linguistiche: spesso una raffigurazione iconografica del pericolo è più efficace di un cartello scritto in più lingue. Può essere molto efficace anche proporre strumenti di gamification, come quiz o giochi interattivi, che aiutano a interiorizzare le regole e a mantenerle nel tempo. La formazione deve essere efficace e partecipata, non un atto burocratico. Se il lavoratore non comprende i concetti di sicurezza, non si può pensare che sia solo un suo problema: è un fallimento del sistema formativo.

Quando si dice che “la sicurezza non è un costo, ma un investimento” cosa si intende? 

La sicurezza non va vista come una spesa, ma come un investimento per il Paese e per le imprese. Investire in prevenzione significa ridurre costi sanitari e sociali, ma anche evitare le conseguenze dirette di un incidente, cantieri bloccati, ritardi, penali, materiali fermi. È quindi un fatto non solo morale, ma anche economicamente tangibile.

Anche sul piano culturale, la sicurezza può diventare un vantaggio competitivo per le aziende?

Assolutamente sì. Oggi i giovani cercano aziende moderne, sostenibili e attente alle persone. Chi non mostra sensibilità verso ambiente, parità di genere e sicurezza rischia di non attrarre i nuovi talenti. Un’impresa capace di integrare questi valori migliora la propria reputazione, fidelizza i lavoratori e aumenta la produttività. Ho avuto modo di visitare un cantiere per le Olimpiadi di Milano-Cortina, dove ho trovato un esempio concreto di sicurezza partecipata e digitale applicata con efficacia. È stata la conferma che si può essere efficienti e competitivi restando pienamente dentro i parametri etici. Questi casi reali dimostrano che la sicurezza non è un sogno o una teoria, ma una pratica concreta e replicabile, a beneficio di tutti.