Il magistrato Bruno Giordano: «Le morti sul lavoro sono un’emergenza strutturale»

di Claudio Capitini | 7 Novembre 2025

Le morti bianche restano una ferita aperta per l’Italia: tre vittime al giorno, un infortunio al minuto. Ospite di Verona Salute su Radio Adige TV, Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione, già direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e consulente giuridico presso la Commissione di inchiesta del Senato sugli infortuni e le malattie professionali, ha approfondito le cause profonde di quella che definisce «la più grande tragedia civile del nostro Paese». Autore del libro “Operaicidio”, scritto con il giornalista Marco Patucchi, Giordano propone una riflessione lucida e senza sconti su un tema che, da emergenza, è diventato un problema strutturale.

Cosa si intende con “emergenza strutturale” delle morti sul lavoro?

Le violazioni in materia di sicurezza non provocano solo feriti o vittime, ma anche danni profondi all’intero sistema produttivo. Non possiamo più definirla un’emergenza: è diventata un’“emergenza strutturale”, un ossimoro che descrive bene una tragedia che si ripete da troppi anni, senza alcuna curva decrescente. Ciò che più colpisce è il modo superficiale con cui questa tragedia viene raccontata: le stragi finiscono nei telegiornali per un giorno, poi vengono dimenticate, come se morire di lavoro fosse ormai parte della normalità.

Le norme ci sono, ma gli incidenti continuano. Dove si blocca il sistema?

Non serve un nuovo apparato normativo: serve un ingranaggio istituzionale. Le leggi ci sono, il Testo Unico sulla sicurezza è del 2008, ma molte non vengono applicate. Il problema, prima ancora delle regole, è la mancanza di volontà e di coraggio nel farle rispettare. Lo dico anche da magistrato, perché la giustizia stessa ha delle responsabilità. Ma è un problema più ampio: manca coesione tra le istituzioni che si occupano di lavoro e sicurezza..

Quali sono le conseguenze di questa frammentazione?

In Italia troppi enti hanno competenze separate – Regioni, ASL, INPS, INAIL, Ispettorati – e non dialogano tra loro. Esistono oltre cento ASL non collegate in rete: se un’impresa è sanzionata a Verona, la ASL di Vicenza non lo sa. È incredibile che nell’era dell’intelligenza artificiale non si riesca a condividere dati essenziali. Un sistema informativo unico permetterebbe di analizzare le ispezioni e le sanzioni in modo strategico, restituendo un quadro reale della sicurezza nel Paese. Oggi, invece, ogni ente possiede solo una parte del mosaico. E per di più non abbiamo un solo Ispettorato del lavoro, ma quattro: quello nazionale, quello della Regione Sicilia e quelli di Trento e Bolzano. Questo è l’ingranaggio che manca.

I controlli sono davvero la chiave per ridurre gli incidenti?

Dopo ogni tragedia sul lavoro si parla di controlli, ma spesso in modo superficiale. È vero che più verifiche ci sono, meno reati si commettono, ma il problema non è solo quantitativo. Aumentare il numero degli ispettori è utile, ma serve anche qualità e competenza. Bisogna capire dove intervenire e con quale preparazione. In un grande cantiere servono settimane di verifiche, mentre le piccole attività possono essere controllate in poche ore. Il numero dei controlli, da solo, non misura la loro efficacia.

Cosa serve, allora, per rendere i controlli davvero efficaci?

Serve una vera osmosi di competenze tra enti diversi. Un ispettore della ASL può verificare la sicurezza, ma non controllare i contratti di lavoro: servono sinergia e collaborazione con l’Ispettorato del lavoro o con l’INPS. Nel 2025 non è più accettabile che ogni ente operi per conto proprio: bisogna costruire un approccio integrato, basato su analisi preventive dei settori e dei territori più a rischio. Ogni violazione deve essere vista come un “evento sentinella”, perché nessuna illegalità è isolata. Il lavoro nero, ad esempio, è quasi sempre legato a evasione fiscale e sfruttamento, parte di una catena di irregolarità che si autoalimenta.

Quanto è diffuso oggi il fenomeno dello sfruttamento del lavoro?

È un problema radicato e in continua evoluzione. La legge 199 del 2016 ha migliorato la prevenzione e la repressione, ma oggi lo sfruttamento va oltre il caporalato tradizionale e si manifesta in molte forme di vessazione e abuso. Episodi come quello di Satnam Singh, abbandonato dopo un grave infortunio, o le violenze contro gli operai di Prato, mostrano una perdita di rispetto e di dignità crescente

In che modo questo fenomeno incide sul mercato?

Negli anni lo sfruttamento si è trasformato: non riguarda più solo il Sud o l’agricoltura, ma anche l’edilizia, la logistica e persino la moda. Emblematico il caso dei laboratori cinesi nel milanese, dove borse per grandi marchi venivano pagate poche decine di euro e rivendute a migliaia. In questo meccanismo la debolezza di alcuni diventa la ricchezza di altri. Lo sfruttamento danneggia non solo i lavoratori ma anche il mercato: abbassa il costo del lavoro, crea concorrenza sleale e penalizza le imprese oneste. Per questo è, a tutti gli effetti, un tumore del lavoro e dell’economia, e combatterlo significa difendere la legalità e la dignità del lavoro.

Nel suo libro parla di una “guerra civile che nessuno vuole vincere”. Cosa intende?

Non parlo di una colpa generica della politica, ma di una latitanza collettiva. Quando il profitto prevale sulla dignità e sui diritti dei lavoratori, la democrazia stessa si indebolisce. La Repubblica è fondata sul lavoro, ma solo quello dignitoso è capace di creare libertà, diritti e valore sociale. Oggi, invece, il lavoro povero e precario scava le fondamenta della nostra democrazia. E non dimentichiamo che il primo datore di lavoro in Italia è lo Stato. Non si può chiedere sicurezza solo alle imprese private: le pubbliche amministrazioni devono dare l’esempio, applicando le stesse regole e tutelando i propri dipendenti. Come dico spesso, non si può guardare il mare da una sola finestra: la sicurezza riguarda tutti, nessuno escluso.

Perché la sicurezza sul lavoro è così importante?

Oggi parole come lavoro povero o salario minimo ci ricordano che abbiamo toccato il fondo, perché il lavoro, da valore fondante, è diventato oggetto di impoverimento e precarietà. Difendere la dignità e la sicurezza del lavoro significa, in definitiva, difendere la nostra democrazia.