Andrea Zorzi: «Lo sport insegna solo attraverso le sconfitte»
di Redazione | 23 Ottobre 2025Andrea Zorzi, per tutti “Zorro”, è stato uno dei volti più amati della grande pallavolo italiana. Due volte campione del mondo, tre volte campione d’Europa e simbolo della “Generazione dei fenomeni”, ha segnato un’epoca di successi e di emozioni, diventando un riferimento anche fuori dal campo, tra teatro e divulgazione sportiva. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, l’ex giocatore veneziano ha ripercorso i temi più profondi della sua carriera e della vita nello sport: la sconfitta, l’errore, il cambiamento e la forza del gruppo.
Tutti si ricordano solo delle vittorie, ma quanto sono importanti le sconfitte nello sport?
Lo sport insegna solo attraverso le sconfitte. Punto e basta. Dalle vittorie non si impara nulla: la sconfitta, invece, è l’occasione per ricominciare. Dopo si torna in palestra, si lavora, si cresce. È faticosa, certo, ma è la legge più importante dello sport. Mi ha sempre colpito una cosa: la vittoria è leggera, scappa via in fretta, mentre la sconfitta è pesante, un sasso nello stomaco che sembra non andarsene mai. Forse per questo, col tempo, impari a darle un valore diverso. La nostra Nazionale fu segnata da due grandi sconfitte olimpiche. Ci abbiamo fatto pace solo dopo anni, ma quando sai di aver dato tutto, quella ferita smette di far male.
Cosa può insegnarci lo sport nel modo di affrontare il fallimento?
Viviamo in un momento in cui sbagliare sembra equivalere al fallimento, qualcosa che ti resta addosso per tutta la vita. Nello sport, invece, l’errore è un’occasione per migliorare: tutti gli atleti, in qualunque disciplina, sbagliano, si rialzano e vanno avanti. Oggi, paradossalmente, ci si concentra così tanto sul non sbagliare da finire per fare l’errore più grande: quello di bloccarsi. Non si tratta di non sbagliare mai, ma di imparare a sbagliare meglio, e capire ogni volta cosa l’errore ci vuole insegnare.
Era più facile ai vostri tempi, o la pressione è la stessa?
In realtà credo che la pressione sia rimasta la stessa, è cambiato solo il contesto. Ho la sensazione che il senso di disagio e di preoccupazione per il futuro sia una costante: i miei genitori, negli anni Settanta, erano terrorizzati dal mondo che stava cambiando, e io oggi provo la stessa paura per mio figlio. La differenza è la velocità. Lui vive cento cambiamenti in una settimana, io forse dieci in un anno. Il mondo è più rapido, più complesso, ma la sensazione resta quella di allora. Non credo che una volta fosse meglio o peggio: semplicemente, oggi tutto accade più in fretta e bisogna imparare ad adattarsi continuamente.
Se dovessi scegliere una vittoria da ricordare?
L’Europeo del 1989 a Stoccolma. È stata la prima grande impresa, quella che ha cambiato tutto. Allora eravamo tredicesimi al mondo e undicesimi in Europa, nessuno si aspettava nulla da noi. Quando arrivò Velasco come ct in Nazionale, cominciammo a lavorare a giugno e a settembre vincemmo il titolo europeo. Ricordo una battuta del giornalista Leo Turrini, che scrisse: “Un gruppo di giovani talentuosi da lanciare… sì, ma dalla finestra!”. Tanto per dire la pressione che avevamo. Quella vittoria fu una gioia senza confini, un sogno che si realizzava. Non era la più importante, perché non stiamo parlando dei Mondiali, ma la prima volta resta sempre la prima volta.
Oggi porti quella esperienza anche sul palcoscenico. Com’è nata e come sta andando la tua avventura teatrale?
Sì, da qualche anno lavoro come attore teatrale. Nel mio spettacolo La leggenda del pallavolista volante, scritto e diretto da Nicola Zavagli, racconto proprio quelle esperienze. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, Nicola mi disse: “Zorro, se vai a teatro e racconti la storia di uno che vince sempre, non si diverte nessuno.” Aveva ragione. Ci vogliono anche le sconfitte, la parte in ombra, perché è lì che sta il dramma, la verità. Nello spettacolo, i due grandi insuccessi olimpici della Nazionale sono gli snodi drammaturgici centrali: momenti faticosi da rivivere, ma teatralmente fortissimi.
Sei stato uno dei protagonisti di quella Nazionale che ha vinto tutto. Quando è nata la leggenda della “Generazione dei fenomeni”?
L’espressione “Generazione dei fenomeni” fu coniata da Jacopo Volpi, telecronista Rai, dopo il secondo Mondiale vinto nel 1994 ad Atene. Da lì nacque un mito, ma quella squadra fu premiata anche dalla Federazione internazionale come la miglior squadra del secolo scorso, perché vinse per quasi dieci anni, dal 1989 al 1998, con allenatori e giocatori diversi.Non fu un colpo di fortuna, ma un ciclo costruito sul lavoro e sulla continuità. Quando un gruppo vince così a lungo, non è più un caso: è un modo di stare insieme, una cultura condivisa.
Dopo tanti anni di esperienza, cosa pensi renda la pallavolo uno sport così speciale?
Credo che la pallavolo sia lo sport di squadra per eccellenza. Per regolamento non puoi toccare la palla due volte di fila: sei obbligato a passarla a un compagno. Questo ti insegna una cosa fondamentale: da soli non si può fare nulla. In tutti gli sport di squadra esistono grandi campioni capaci di spostare gli equilibri, ma lì l’azione individuale non è vietata. Nella pallavolo, invece, ogni punto è un atto collettivo, e questa è la sua bellezza. Non la rende uno sport migliore degli altri, ma fa sì che chi gioca a pallavolo impari ogni giorno che la squadra viene prima di tutto.


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