Quella volta che Verona fu campione

di Camilla Faccini | 23 Maggio 2025

Nel 1985, l’Hellas Verona scrisse una pagina unica nella storia del calcio italiano, conquistando uno scudetto che ancora oggi ai più sembra un miracolo. Se lo chiedete a Diego Alverà, però, vi dirà che questa storia non è un miracolo, né tanto meno una favola o il frutto del caso. Vi dirà, piuttosto, che è una storia vera. Una vittoria tanto incredibile quanto reale, che ha superato il semplice sport e attraversato la vita di tantissime persone. Ecco perché, quarant’anni dopo quell’impresa straordinaria, Diego Alverà, insieme a Jvan Sica, torna a raccontare quella stagione; non per aggiungere altre versioni romanzate, ma per restituire il senso autentico di quell’avventura vissuta dalla città e dai suoi tifosi, lontano dalla retorica che negli ultimi anni ha spesso banalizzato quella vicenda.

Diego Alverà
Diego Alverà

È da poco uscita su tutte le piattaforme di ascolto la nuova serie podcast “HELLAS VERONA 1985. Uno scudetto, una storia vera”,  prodotta dalla casa veronese Storie Avvolgibili. Attraverso una narrazione attenta e curiosa, Alverà e Sica esplorano il cuore di una storia umana e collettiva, fatta di passione, fatica e identità condivisa. Un racconto che non celebra soltanto una squadra di calcio, ma la comunità e la città di Verona, protagoniste di un’impresa che continua a ispirare ancora oggi.

Diego, perchè questa storia vera andava raccontata senza retorica?
La retorica tende a semplificare e a mettere la storia su un piedistallo lontano, togliendo il suo vero significato e la sua magia. Noi volevamo portare quella vicenda a livello delle persone, come se fosse una statua messa all’altezza di chi la guarda, per farla sentire viva e vicina. Non si tratta di decostruire il mito, ma di ricostruirlo in modo più umano e accessibile.

Come avete raccontato lo scudetto del Verona nel podcast?
Abbiamo cercato di raccontare la storia come un romanzo corale, mettendo al centro non solo la squadra, ma tutta la città di Verona. La prima puntata è dedicata ai ricordi personali miei, di mio padre e di altre persone che hanno vissuto quei mesi con grande passione e, a volte, con scaramanzie. Abbiamo anche raccontato il contesto calcistico di quegli anni, con un approccio un po’ ironico, riprendendo lo stile della televisione e della radio dell’epoca.

Com’era Verona negli anni Ottanta, durante quel periodo?
Verona era una città molto più provinciale e meno turistica di oggi, con una forte identità e una matrice ancora agricola, anche se in trasformazione grazie agli anni Ottanta, un decennio di sviluppo e innovazione rispetto al passato più difficile. Era una città culturalmente viva, piena di musicisti e artisti, con una comunità che aveva voglia di sperimentare e fare cose nuove. Forse anche grazie al Verona di Bagnoli, i veronesi in quegli anni avevano sviluppato la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. 

Il calcio come lo si viveva?
Era parte integrante della vita cittadina e non esistevano barriere tra tifosi e giocatori. Si poteva andare liberamente agli allenamenti, parlare con i calciatori, fare interviste senza mediazioni burocratiche. Lo stadio era un luogo di comunità, dove si respirava una passione autentica, diversa dall’odierno calcio mediatico e commerciale.

Quali sono i suoi ricordi più nitidi di quella stagione?
Ricordo soprattutto le prime partite vinte, quella col Napoli di Maradona e quella contro la Juventus, con quel gol senza una scarpa di Elkjaer. Soprattutto, però, ricordo l’atmosfera di incredulità e speranza, come se si vivesse una scommessa continua. Quella squadra rappresentava la libertà di giocare e vincere restando fedeli a sé stessi, divertendosi. Ancora oggi i giocatori si vedono e si frequentano, a quarant’anni da quei giorni, segno di un gruppo unito e vero.

E della vittoria?
La domenica della vittoria, a Bergamo, pioveva e faceva freddo, ma la città esplose in una gioia collettiva unica, con migliaia di persone in piazza, dai nonni ai nipoti. È stato un momento irripetibile, una vera e propria esplosione di orgoglio e felicità che difficilmente si è più rivista, nemmeno dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali.

Un po’ di merito lo dobbiamo riconoscere a suo padre, non è vero?
(ride, ndr) Mio padre non si era tesserato quella stagione, l’unica in cui lo fece. Si convinse che la vittoria fosse merito suo, in onore del sacrificio supremo che aveva fatto. 

Che significato storico ha avuto quello scudetto?
In quegli anni la Serie A era molto più aperta e competitiva: in 11 stagioni, dall’80 all’91, vinsero lo scudetto ben 7 squadre diverse. Lo scudetto del Verona rappresenta quindi un successo storico e simbolico, la vittoria di una piccola provincia che ha saputo emergere e competere con le grandi squadre. Era un calcio di grande fantasia e varietà, molto diverso dall’attuale dominio di pochi club.