Roberta Bruzzone: «Così aiuto la giustizia a trovare la verità»
di Alice Martini | 13 Maggio 2025Psicologa forense e criminologa investigativa di fama internazionale, Roberta Bruzzone ha fatto della sua passione un vero e proprio percorso di vita. Dopo la laurea in Psicologia Clinica all’Università di Torino, si è specializzata in Psicopatologia Forense presso l’Università di Genova e ha proseguito la sua formazione negli Stati Uniti, approfondendo le tecniche di analisi della scena del crimine. Divenuta nota principalmente per il suo coinvolgimento durante il dibattimento sul delitto di Avetrana nel 2010 – per il quale è stata consulente della difesa di Michele Misseri – ha preso parte e analizzato anche altri casi di rilievo, tra i quali la “strage di Erba”, l’omicidio di Meredith Kercher e l’omicidio di Chiara Poggi. Da qualche anno, però, calca anche i palcoscenici di diversi teatri con spettacoli ritagliati su alcuni casi di cronaca nera nazionale. La sua tappa veronese di “Delitti allo specchio”, che è andata in scena lunedì 5 maggio al Filarmonico, è andata sold out in brevissimo tempo.
Roberta, come nasce questo percorso professionale?
Non ho mai voluto intraprendere un percorso diverso e per mia fortuna sono riuscita a costruire un percorso professionale assolutamente idoneo a quelle che erano le mie aspirazioni, unendo la parte più criminologica-psicologica, alla parte più scientifica e operativa.
Oltre al lavoro “sul campo”, in questi anni, si è data anche al teatro. Di cosa parla la sua nuova produzione?
Si intitola “Delitti allo Specchio” ed è una rappresentazione di due casi molto controversi, il delitto di Perugia e quello di Garlasco, che vengono raccontati in macro-capitoli speculari: gli effetti maggiormente critici dei due efferati delitti, affrontati con il confronto di documenti originali e la conoscenza della scena del crimine. Un viaggio in cui cerco di guidare lo spettatore nell’ambito dell’analisi criminologica, attraverso i suoi passaggi chiave, mettendo in luce soprattutto le criticità che hanno subito i due casi.

In questi due casi, in particolare, emerge anche uno dei grandi temi di attualità, la violenza sulle donne.
Siamo terribilmente indietro nel contrasto di questo fenomeno, i dati attuali purtroppo non ci consentono di essere ottimisti. Credo che sia in primis non un problema di analisi, ma di sensibilità su certi temi e di capacità di cogliere la violenza quando è più subdola, cioè celata dietro la manipolazione. Il mio lavoro vuole destare soprattutto consapevolezza proprio per questo. Ad esempio, l’anno scorso ho lavorato molto sul concetto della manipolazione e la violenza psicologica, con la produzione “Paure da incubo”, quest’anno sono passata al tema dei delitti impuniti e degli errori investigativi.
Possiamo dire, quindi, che i due cardini da cui partire in un’indagine siano consapevolezza e attenzione?
Sì, l’obiettivo è quello di far comprendere alle persone “normali” le criticità che ci sono nel “sistema giustizia” e le molte e possibili deviazioni e passi falsi che possono essere commessi, con l’obiettivo di rendere tutti più consapevoli dell’importanza di operare in maniera corretta fin dalle prime battute di un’inchiesta. Evitare controversie e dover riparlare di questi fatti dovrebbe essere il culmine di un’indagine. Io cerco di creare consapevolezza e attenzione in quelle che sono le fasi iniziali di un’inchiesta, perché si evitino errori o valutazioni sul piano scientifico e quindi giudiziario.
Prima ha parlato di errori investigativi. Può la tecnologia essere un alleato valido nelle indagini?
Serve molta attenzione, fin dalle prime battute di una indagine, sia dal punto di vista del fattore umano che artificiale. Ci si affida molto spesso alla tecnologia che è sicuramente attendibile, ma per certi versi è quasi sopravvalutata: la si pensa basata su metodi scientifici che di frequente di scientifico non hanno molto. Anche in vicende attuali, il criterio soggettivo del singolo consulente è molto più determinante, nel bene e nel male. Questo significa che anche la scienza è molto importante ma non può essere l’unico criterio su cui si basano certe considerazioni: non si può prescindere da una “buona” investigazione tradizionale perché spesso è carente proprio l’attività di analisi che dovrebbe essere demandata solo a coloro che investigano.



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