Giorgia Frosini, una veronese “di Serie A”
di Erika Funari | 26 Marzo 20254 ori, 2 argenti, Campionato, Scudetto e Coppa Italia. È il medagliere di Giorgia Frosini che, a soli 22 anni, è una delle pallavoliste veronesi più vincenti. Figlia d’arte, 1 metro e 90 di solarità e grinta da vendere sia dentro che fuori dal campo. Opposto della Eurotek UYBA Busto Arsizio, ci ha raccontato la sua dedizione quotidiana allo sport, dai primi palleggi alla Serie A1.
Quando hai capito che il volley sarebbe stato il tuo mestiere?
È iniziato come un passatempo: i primi palleggi erano un gioco tra compagne nel campetto della parrocchia. Mi piaceva, era divertente e non ero per niente male, così mi sono iscritta al Volley Team Verona. Lì si sono accorti che ero brava ed è iniziata la gavetta: dall’under 13 ho giocato in tutte le categorie e una dopo l’altra andava sempre meglio. Ero velocissima nel passare da un team all’altro ma non ho mai bruciato le tappe, ho seguito tutto l’iter sportivo e questo mi ha formata molto, sia come giocatrice che come persona. Il volley è entrato nella mia vita da ragazzina e non è più uscito: già alle scuole medie quando mi chiedevano che lavoro volessi fare da grande rispondevo “giocare a pallavolo”. Certo, poi da quel sogno ad allenarsi ogni giorno ne sono passate di avventure (sorride, ndr).

Traslochi e tante città diverse fanno parte della vita di una sportiva di professione: come vivi questi continui cambiamenti?
Sono nata a Bologna e ho vissuto lì i primi anni poi, per il mestiere di mio papà, ci siamo trasferiti a Verona quando avevo sei anni. Alle superiori sono ricominciati i traslochi per giocare a pallavolo, a San Donà di Piave, poi a Milano, Bergamo e altre città. Verona rimane sempre il mio punto fisso, il “tornare a casa”. È il luogo della mia famiglia e dei miei amici, della scuola e dei momenti felici. Mi sento veronese e sono orgogliosa di esserlo. Il mio momento preferito, quando torno a casa dopo gli allenamenti o le partite, è la passeggiata in centro: non ci rinuncerei mai.
Quanto è impegnativo essere una pallavolista? Non solo in campo, ma anche nella preparazione sono tanti i sacrifici.

Non è uno sport facile, serve molto impegno e dedizione. Il momento della partita è quello di maggiore tensione, non solo perché vogliamo vincere, ma per la preparazione che c’è dietro e non si vede. La mattina ci focalizziamo sulla tecnica e studiamo in gruppo o individualmente, poi c’è la fisioterapia e l’allenamento vero e proprio a cui vanno aggiunte dalle 4 alle 5 ore di sala pesi oltre al tempo in palestra. Sono circa sei le ore al giorno che dedico allo sport. Altro momento fondamentale è quello dei pasti: seguiamo un’alimentazione controllata grazie al supporto di una nutrizionista.
Sei figlia d’arte: tuo papà Alessandro Frosini è stato un grande campione di basket e ora è dirigente della Scaligera Basket Verona: ti è mai pesata questa etichetta?

Mi sono sempre sentita dire queste parole, “Figlia d’arte”, ma non sono mai state un peso. Sono orgogliosa di mio padre e per me è un modello importante, è lui il mio esempio nello sport. Mi ha sempre dato grinta e slancio, al mio fianco in ogni partita, ma mai ossessivo. Non ho vissuto il pressing di dover essere all’altezza: mi sono sempre sentita libera. Però, devo ammettere, che da adolescente mi ha sgridata diverse volte quando il mio atteggiamento in campo era ribelle: per papà il comportamento è fondamentale e ora, da adulta, ho capito quanto avesse ragione.
Sei giovane e promettente, cosa vedi nel tuo futuro?
Continuare a migliorare e dare il meglio nella pallavolo è il mio progetto principale, a breve e lungo termine. Vorrei affermarmi in questo campionato e giocare sempre meglio. Poi sì, una cosa importante la vorrei: ricordare di divertirmi. Noi che abbiamo scelto lo sport come mestiere ci dimentichiamo di vivere il momento e farci trascinare dalle sensazioni buone, dal divertimento. Alla fine, è il motivo per cui abbiamo iniziato.



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