Fiorenza Brogi, una vita sul palcoscenico
di Alice Martini | 12 Febbraio 2025Una vita dedicata al teatro, cominciata negli anni ‘70 nello storico Gruppo della Rocca, al fianco – tra gli altri – dell’indimenticato regista Roberto Guicciardini e dell’attore Bob Marchese. Oggi ottantenne (anche se non ci ha voluto confessare l’età esatta, come si confà a una vera signora) la veronese Fiorenza Brogi si è raccontata a noi con la stessa energia e forza espressiva che per tanti anni l’ha caratterizzata sul palcoscenico. Una passione che condivideva anche con il fratello, l’attore cinematografico e televisivo Giulio Brogi, mancato nel 2019.
Quando nasce la sua passione per il teatro?
La conoscenza, il sapere, la curiosità che porta a non accontentarsi, che solo l’arte sa donare: questo fuoco interiore mi ha sempre guidato. La mia carriera artistica poi inizia nel pieno post ‘68. Ci sono tanti modi di fare teatro e il mio percorso è partito nel 1969 con la fondazione del Gruppo della Rocca, ma non era il teatro dei grandi nomi, così come era per altre esperienze di quegli anni: avevamo un concetto di teatro complesso, dove ognuno di noi, anche dicesse poche battute, doveva essere all’altezza.

Un lavoro che è stato anche studio e ammirazione per la lingua italiana
A guidarci era l’assoluto lavoro sulla parola e sull’espressività. Ognuno era protagonista, perché ad essere privilegiato era lo spettacolo. Volevamo che il teatro diventasse anche un gioco e questo fu la nostra fortuna, perché si studiava e si faceva tanto esercizio, provando e riprovando a recitare in modi diversi. Follia, invenzione e improvvisazione, questo ci guidava e tanti sono stati i successi che abbiamo portato in scena come “Sogno di una notte di mezza estate” (1972, regia di Egisto Marcucci), “Il racconto d’inverno” (1988, regia di De Monticelli) o “L’uomo, la bestia e la virtù” (1989, regia di Andrea Dosio). Come attori cercavamo il gusto di conquistare: oggi invece ritengo che – per la gran parte – la forza del regista sia troppo importante per lasciar spazio all’interpretazione.

Chi fu la sua ispirazione?
Quando mi trovavo dietro le quinte, capii che la mia strada era il teatro ammirando l’energia di un’altra attrice del Gruppo, la grandissima Paila Pavese. Cominciai proprio nel 1970 quando – da segretaria di produzione – ebbi l’occasione di salire sul palcoscenico e recitare in una piccola parte in “Clizia”, su regia di Guicciardini, dove misi in mostra anche la mia bella voce. In poco più di dieci anni, lavorai come attrice sempre più assiduamente e la Pavese fu sempre mia mentore.
Oggi, nonostante sia lontana dalle scene dal 2015, è ancora legata ai palcoscenici di Verona
Una delle esperienze più importanti in scena, indimenticabile, è stata al Teatro Romano. Poi nel 1998 il Gruppo si è sciolto e la mia carriera è terminata dieci anni fa. Collaboro ancora come voce recitante con l’Accademia A.LI.VE., dove ho riscontrato la volontà di donare agli allievi – giovani dai 6 ai 30 anni – una nuova speranza di conoscenza e studio per la cultura musicale. Uno spirito che mi ha unito al Maestro Facincani perché abbiamo trovato un linguaggio comune, secondo cui l’arte e la conoscenza possano salvare il mondo».


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