Io non porto sfortuna
di Ingrid Sommacampagna | 18 Ottobre 2024Quante volte le credenze infondate hanno portato alla morte di animali innocenti. Il gatto nero, che non corrisponde ad una razza specifica, nel corso dei secoli è stato temuto o venerato, senza alcun fondamento scientifico, secondo superstizioni che variano da cultura a cultura. Seppure siano passati tanti secoli, l’associazione alla sfortuna e alla stregoneria porta ancor oggi il gatto nero ad essere quello con la più alta percentuale di abbandoni rispetto a gatti dal manto di diverso colore. Eppure, nel 3000 a.C., gli egiziani consideravano tutti i gatti di estrema importanza e ucciderne uno corrispondeva ad un crimine capitale. La tragica inversione di rotta è avvenuta nel Medioevo a causa dell’ignoranza: la bolla “Vox in Rama” del 1232 di Papa Gregorio IX dimostrò sì disprezzo per la figura del gatto nero nella descrizione di un presunto rito eseguito da una setta tedesca, ma mai autorizzò persecuzioni o stermini. Fu associato al Sabba delle streghe, all’incarnazione di Satana e chi lo possedeva veniva additato come un seguace del demonio. Nel 1484 il Papa Innocenzo VIII, nella bolla “Summis Desiderantes”, dichiarò che il gatto fosse l’animale preferito del diavolo e delle streghe, mentre dopo tre anni, venne pubblicato il “Malleus Maleficarum”, un manuale per la caccia alle streghe utilizzato dalla Santa Inquisizione nel quale si elencavano tutte le caratteristiche che facevano sospettare una donna di stregoneria; tra queste spiccava il fatto di possedere gatti, soprattutto neri.
La sfortuna, invece, venne associata all’attraversamento dei gatti neri in strada, dove i cavalli, non notandoli nel buio, si imbizzarrivano disarcionando il cavaliere; si pensi che in quell’epoca non si conosceva ancora il “Tapetum lucidum” dei loro occhi che allora potevano essere interpretati come demoniaci se visti nella notte.
Nel resto del mondo la situazione era (ed è tutt’oggi) ben diversa: in Giappone vengono considerati dei e, quando attraversano la strada, è di buon auspicio per trovare l’amore; nella mitologia norrena, Freya, dea dell’amore, della fertilità e della bellezza, cavalcava un carro trainato da due gatti neri-blu: Bygul e Trjegul. Nell’antico Egitto i gatti neri assomigliavano alla dea Bastet, dalla testa di gatto, dea della casa, della fertilità e della protezione delle malattie e spesso venivano mummificati e sepolti con i loro proprietari. Nel nord Europa è risaputo che i marinai portassero i felini a bordo delle navi per controllare i roditori, evitando così che distruggessero le scorte di cibo o danneggiassero la nave stessa e, allo stesso modo, questo era il loro utilizzo nei monasteri.
Tante le storie in ogni regione italiana sui gatti, alcune superstiziose, come una leggenda popolare di Velo Veronese che narra di una strega che si trasformava in un gatto nero per tormentare il sonno di una bambina. Il padre, allora, gli tagliò una zampa facendolo fuggire, ma qualche giorno dopo una loro parente perse una mano. Altre storie, per fortuna, sono positive, come la fiaba raccolta da Italo Calvino che narra di una bimba che ricevette fortuna e ricchezze dopo aver aiutato una mamma gatta con le faccende di casa o il campano Gatto Mammone, temuto dalla gente per i suoi poteri, ma anche generoso con chi è gentile con lui.
Il 17 novembre, festa del Gatto nero, nasce proprio per sensibilizzare e condannare i maltrattamenti verso i gatti neri. La vera “sfortuna” è l’ignoranza.


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