Lucio Biondaro, la divulgazione a misura di bambino
di Giorgia Preti | 12 Luglio 2023Quando a marzo 2020 l’Italia si trovò a fare i conti con il Covid-19, nessuno sapeva a cosa saremmo andati incontro. Lockdown, mascherine, vaccini: il mondo stava cambiando senza dare troppe spiegazioni per quanto stava accadendo. Le domande erano tante e le risposte davvero poche, soprattutto per quella fascia d’età che, forse, aveva in testa più “perché?” di altre: i bambini. Ma come spiegare la pandemia a un bambino? A pensarci è stato Lucio Biondaro, 39 anni, fisico e divulgatore, co-fondatore di Pleiadi e del Children’s Museum di Verona, che, insieme al suo staff, ha dato vita alla “Guida galattica al Coronavirus per bambini e bambine curiosi”, un breve vademecum virtuale illustrato in cui viene spiegato cos’è il Coronavirus e come prevenire il contagio. Da quell’idea, nata durante il lockdown, ne è nato un fenomeno mondiale, che ha portato alla traduzione della guida in ben 32 lingue e al conferimento del titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana al fisico di Montecchia di Crosara lo scorso 1° giugno.
Lucio come è iniziato il percorso che ti ha portato a Pleiadi?
Il mio percorso precedente è contenuto perché io e Alessio Scaboro abbiamo fondato Pleiadi in tenera età, durante l’università. Ma la verità è che io, a 11 anni, ho detto “Mamma voglio fare il fisico da grande” e così è stato: dopo il liceo scientifico ho fatto l’università a Padova e per me è stata una scelta fantastica, perché la fisica è uno dei modi importanti con cui si può vedere il mondo e la vita e ti insegna molto ragionare, aumenta la capacità di pensiero. Dentro di me c’era, però, anche sangue imprenditoriale e divulgativo. Lo stesso ho trovato in Alessio, con cui è nata una sinergia tra i banchi di scuola, anzi, per essere precisi durante il tragitto tra la facoltà e la mensa (ride, ndr). Abbiamo iniziato a pensare a diversi progetti lavorando a qualche mostra, poi partecipando a convegni e associazioni internazionali. Dopo circa 10/12 anni abbiamo capito che era importante essere un “luogo”, dialogare con le istituzioni e abbiamo deciso di lavorare sul modello museale, diventare attori sociali. Nel 2019 quindi è nato il Children’s Museum di Verona. Poi è arrivato il Covid.
Cos’è successo?
Era un momento di slancio importante: la gente rispondeva bene e i primi due mesi del 2020 erano andati a una velocità incredibile. Poi siamo andati in lockdown. Quindi in quel momento io mi sono posto una domanda come interlocutore sociale: “Di cosa hanno bisogno le famiglie?”. E siccome, secondo me, non stavano capendo niente di quello che stava succedendo, ho pensato, con il team, a una guida che in maniera semplice mettesse in fila ciò che sapevamo. Serviva qualcosa di gratuito e bello che raccontasse cos’era il virus, cosa era successo e le prime cose da fare e che potesse essere letto da un bambino, ma anche da un adulto o insieme. Il testo era bilingue, in italiano e in inglese, con il font ad alta leggibilità. Ho chiamato gli altri musei dei bambini in Italia per diffondere la guida e l’abbiamo tradotta anche in italiano-francese e italiano-tedesco. Succede poi che chiamo l’Associazione Europea dei Musei dei Bambini, che l’ha messa nel proprio sito e tutti hanno iniziato a scaricarla. Solo in Italia ha fatto 500mila download e nel mondo siamo arrivati a due milioni di famiglie. La cosa incredibile è che ho ricevuto chiamate da tutto il mondo: da Istanbul alla Polonia, dal Portogallo ai Paesi Arabi Uniti. Siamo arrivati a 32 lingue e 60 Paesi.
Cosa vi è rimasto di questa esperienza?
Con questa guida abbiamo dimostrato che la comprensione non è solo conoscenza di un fatto, ma si è avvicinata quasi ad essere un bisogno primario. L’altra cosa interessante è stato il modello scientifico che abbiamo usato: a volte si confonde la semplicità con la banalità o con il “bambinesco”, mentre spesso basta spiegare in modo semplice di cosa si tratta.
Ma il titolo è un riferimento casuale alla “Guida galattica per autostoppisti” di Adams o è voluto?
È voluto. All’estero è diventata “Curious Guide”, ma in Italia mi serviva un nome altisonante che incuriosisse. D’altronde la comunicazione scientifica è pur sempre comunicazione.
Torniamo alla tua nomina di Cavaliere. Cosa si prova a ricevere questa onorificenza?
Diciamo che è un onore ma si sente anche l’onere di essere di esempio e di portare avanti la missione che mi sono e ci siamo dati, quella di creare opportunità per far scoprire alle persone (bambine e bambini in testa) il mondo e se stessi. La cerimonia è stata molto emozionante per me e per tutto il team di Pleiadi, che ha lavorato alla guida.

Nel tuo futuro cosa vedi?
Voglio continuare in questo percorso e questa crescita che sta andando molto velocemente. Mi piacerebbe rendere più fitte le attività e le collaborazioni anche con altri Paesi e quindi avere un progetto, una visione ed esperienze più internazionali perché danno punti di vista molto differenti. Per esempio, il mondo arabo e quello cinese, quello Sudamericano o Africano, per citarne alcuni, sono mondi interessanti su cui si può fare molto e c’è anche molta voglia di fare.


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