Claudio Chiappucci El Diablo

Claudio Chiappucci: «”El Diablo”? È nato perché non mollavo mai»

di Redazione | 17 Marzo 2026

Claudio Chiappucci, per tutti “El Diablo”, è stato uno dei volti più iconici e riconoscibili del ciclismo degli anni ’90. Tre volte sul podio del Tour de France e vincitore della Milano-Sanremo 1991 ha incarnato un’idea di ciclismo istintiva, spettacolare e fuori dagli schemi. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Chiappucci ha raccontato il suo percorso nel ciclismo: dalla filosofia della fuga solitaria, marchio di fabbrica della sua carriera, alle origini del soprannome, fino al rapporto con lo storico giornalista Gianni Mura.

La tua firma come ciclista era attaccare da lontano, molto prima dell’arrivo. Perché sceglievi questa strategia?

Faceva parte delle mie caratteristiche, ma anche degli avversari che avevo davanti. Per esempio, con uno come Miguel Indurain – fortissimo a cronometro e con una squadra che controllava tutto – non potevi aspettare l’ultima salita: ti rimetteva subito al tuo posto. L’unico modo era partire da lontano, cambiare i piani della corsa e costringere tutti a inseguire. A volte pagava, ma era una scelta rischiosa: attaccando così presto capitava anche di andare fuori gioco. Per rientrare servivano gambe, testa e un po’ di fortuna. Perché quando sei da solo davanti, devi arrangiarti.

Da ciclista è più difficile inseguire o essere inseguiti?

È più difficile stare davanti, da soli per ore. Sai cosa hai dietro, ma non cosa succede davanti. E questo ti logora: se non sei forte mentalmente, diventa un peso. Ricordo la tappa del Sestriere: 7 ore e 45 di corsa, e io sono stato davanti per sei ore e mezza. In quei momenti pensi a tutto: a quello che hai fatto, a quello che stai facendo, a quello che ti aspetta. E più il traguardo si avvicina, più il pensiero pesa. Il peggiore è uno: se ti riprendono a 100 chilometri dall’arrivo, pazienza. Ma se succede a un chilometro dal traguardo, va tutto in fumo. Per stare lì davanti servono coraggio, forza mentale e la convinzione di quello che stai facendo.

Che ruolo ha avuto la famiglia nel tuo percorso?

È stata fondamentale. Sono l’ultimo di tre fratelli, con dieci anni di differenza. Mi hanno sempre un po’ protetto. Loro non hanno avuto la mia fortuna: solo lavoro e scuola, perché fare sport costava. A me, forse proprio perché ero il più piccolo, è stata data l’opportunità di provarci. Per loro era anche un modo per vedermi fare qualcosa di diverso. Così ho iniziato presto, dividendo studio e sport. La bici però è arrivata dopo, verso i 14-15 anni. 

Tutti ti conoscono come “El Diablo”: come è nato questo soprannome e che significato ha per te?

È nato fuori dall’Italia, in Colombia. In una corsa durissima, tutta in salita, dove nessun europeo era mai riuscito a fare bene. Io vinsi quattro tappe, battendo i colombiani in casa loro, tra i 3.000 e i 4.000 metri di quota. Per loro il modo in cui correvo era quello di un indiavolato. Così cominciarono a chiamarmi “Diablo”. Quando tornai in Italia lo raccontai ai giornalisti, e da lì il soprannome prese davvero a girare.

Che rapporto hai avuto con i giornalisti?

Non ho mai avuto grandi problemi. Con qualcuno ho anche legato, soprattutto con Gianni Mura. Tra i giornalisti della mia epoca è quello che ho rispettato di più. Aveva un modo di raccontare stupendo. Non era il classico cronista che passa, mangia e poi scrive quello che sente dire. Lui c’era davvero. Quei momenti li aveva vissuti. E quando condividi certe esperienze, raccontarle diventa più vero. 

Tra le tante gare che hanno segnato la tua carriera, qual è il momento che ti è rimasta più impresso?

Il corridoio di folla al Sestriere. Non l’ho mai più vissuto in nessun’altra gara. C’era un muro di persone ai lati della strada, così fitte che a un certo punto rischiavano quasi di fermarmi. Arrivi già stanco e senti solo urla, grida, un rumore assordante. È bello vedere tutta quella gente, certo. Ma in quel momento non vedevo l’ora di uscire da lì e andare avanti. Quel frastuono mi faceva quasi star male. Un’esperienza così non mi è mai più capitata.