Carlo Recalcati

Carlo Recalcati: «Ad Atene non abbiamo perso l’oro, abbiamo vinto l’argento»

di Redazione | 14 Marzo 2026

Carlo Recalcati, per tutti “Charlie”, è una delle figure che il basket italiano non dimentica facilmente. Prima guardia simbolo di Cantù per diciassette stagioni consecutive, poi allenatore capace di vincere tre scudetti con tre club diversi – Varese, Fortitudo Bologna e Montepaschi Siena – e di portare una Nazionale non pronosticata tra le favorite fino all’argento olimpico di Atene 2004. Un percorso lungo e coerente, costruito sul lavoro, sull’equilibrio umano e su una visione dello sport che mette sempre le persone davanti ai risultati. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Recalcati ha ripercorso i momenti più significativi e le storie più belle della sua carriera.

Ha vissuto le Olimpiadi da giocatore a 23 anni e da allenatore a quasi 60. Cos’hanno di speciale?

I successi li ricordi tutti: da giocatore il primo scudetto di Cantù, da allenatore quelli con Fortitudo Bologna, Montepaschi Siena, Varese. Sono tappe importanti. Ma le Olimpiadi sono qualcosa di diverso, di speciale. E poi c’è il villaggio olimpico. L’ho vissuto a 23 anni da giocatore e quasi a 60 da allenatore: lo spirito è sempre lo stesso. Vivi con la tua squadra, ma anche accanto ad atleti di altri sport. Devi arrangiarti: sistemare la stanza, lavare i panni, rispettare i tempi e il silenzio degli altri. Nel villaggio incontri chi festeggia una medaglia e chi è appena stato eliminato. È questo il clima unico delle Olimpiadi. E ti resta dentro.

L’argento olimpico di Atene 2004 arrivò un po’ a sorpresa. Come andò quel torneo?

Fu un risultato straordinario, e in pochi se lo aspettavano. I favoriti erano Lituania e Stati Uniti: i lituani arrivavano da campioni d’Europa e tutti immaginavano una finale tra loro e gli americani. Gli Usa erano i favoriti assoluti, ma arrivarono impreparati. Era ancora il periodo in cui pensavano bastasse presentarsi per dominare. Non avevano nemmeno dato peso alla sconfitta di 17 punti contro di noi in Germania, in amichevole. Alle Olimpiadi continuarono a snobbare gli avversari: Larry Brown, che era un grande allenatore, in conferenza stampa parlava dei giocatori rivali chiamandoli per numero. La Lituania in semifinale era la favorita, ma trovò un’Italia che giocò probabilmente la miglior partita della sua storia. E alla fine ci ritrovammo in finale contro l’Argentina.

Uno dei punti forti di quella Nazionale era il gruppo. Come nacque quella squadra?

Eravamo la Nazionale figlia dell’oro europeo del ’99, ma nel frattempo avevamo perso punti di riferimento come Myers, Fucka e Meneghin. Bisognava ripartire da capo. Alcuni giocatori che prima erano stati comprimari dovevano cambiare ruolo. Dovevano mettersi al servizio di Basile e Galanda e, allo stesso tempo, capire che potevano diventare protagonisti. Io li avevo allenati entrambi e questo mi aiutò a fargli fare quel salto. Anche Soragna fu fondamentale: fino a 26 anni non aveva mai giocato in Nazionale e prese il posto che era stato di Meneghin.

Qual è stato il più grande merito di quella Nazionale?

Aver insegnato a tutta Italia che si può vincere anche perdendo. Sembra un paradosso, ma ad Atene uscimmo con l’argento dopo aver perso la finale. Eppure nessuno disse che l’Italia aveva perso l’oro. L’opinione generale fu un’altra: l’Italia aveva vinto l’argento. Credo che questo sia il merito più grande di quella Nazionale, al di là del risultato.

Dopo quell’argento l’Italbasket non è più riuscita a ripetere un risultato simile. Perché?

Lo dissi già nella conferenza stampa dopo la finale: attenzione, potrebbe essere l’ultimo grande risultato di questa Nazionale. Il ricambio sarebbe stato difficile, perché dietro non vedevo tanti giocatori pronti a crescere a quel livello. Da commissario tecnico avevo girato tutta l’Italia per capire davvero cosa offriva il nostro movimento: settori giovanili, strutture, organizzazione. E sentivo il dovere di lanciare un allarme. Purtroppo non si è fatto nulla per cambiare le cose. E i risultati mancati degli ultimi anni nascono proprio da lì. All’epoca qualcuno mi disse che parlavo così solo per rendere ancora più grande l’impresa fatta. Paradossalmente, se non avessimo vinto l’argento, forse quelle parole sarebbero state prese più sul serio.

Riguardando indietro, c’è qualcosa che farebbe in modo diverso?

Sì, una cosa mi è rimasta impressa. Durante un Europeo avevamo perso due partite e contro la Francia avevamo preso 33 punti. Era la squadra favorita e io avevo scelto di sacrificare quella gara pensando soprattutto a quella decisiva del giorno dopo. Però la squadra aveva accusato quel -33. Nello spogliatoio dissi: «Mettiamo via questa partita, domani è la partita della vita». Poi, uscendo, ci pensai meglio. Non era una frase in cui credevo davvero. E i giocatori queste cose le capiscono subito. Così il mattino dopo lo dissi chiaramente: «Ieri ho detto una cosa in cui non credo. Non esiste la partita della vita». Quella è una frase che appartiene ai bambini. Non dovrebbe essere usata nemmeno nei settori giovanili.

In un momento di grande pressione, come si riporta una squadra alla giusta dimensione delle cose?

Penso sempre all’esperienza che avevo vissuto alla Fortitudo con Marko Jaric. Avevamo perso gara-1 di finale contro la Benetton in casa e la Fortitudo era famosa per perdere tutte le finali: c’era disperazione. Dissi che l’unico che poteva davvero disperarsi era Jaric, ma non per la partita: perché i suoi genitori erano a Belgrado sotto i bombardamenti americani. Noi invece stavamo solo giocando a pallacanestro. Ripresi lo stesso discorso con la Nazionale agli Europei: spesso ci mettiamo al centro del mondo e pensiamo che tutto ruoti attorno a noi. Ma lo sport, anche quando rappresenti l’Italia, resta un gioco rispetto ai problemi veri che ci sono fuori. Serviva a riportare tutti con i piedi per terra, rilassarci e andare in campo con lo spirito giusto.