Sabina Valbusa, una campionessa che insegna ancora a sognare
di Franca Conti | 6 Febbraio 2026La incontro con lo sguardo luminoso di chi ha passato una vita all’aria aperta, tra neve, fatica e orizzonti larghi. Sabina Valbusa, di Bosco Chiesanuova, oggi indossa la divisa dei Carabinieri Forestali, ma il cuore resta legato agli sci stretti e alla montagna che l’ha vista crescere. Tra ricordi olimpici – tra cui un bronzo a Torino 2006 – insegnamenti ai giovani e un amore mai spento per la neve, la sua è una storia di sacrifici e passione autentica.
La neve accompagna da sempre la tua vita. Ricordi l’emozione di portare la fiaccola olimpica lo scorso gennaio a Bologna?
È stata un’emozione fortissima. Mentre correvo sotto la neve pensavo a tutte le mie Olimpiadi, ai sacrifici fatti, alle gioie e anche ai momenti difficili vissuti sulla neve. È stato come ripercorrere tutta la mia carriera in pochi minuti.

Oggi che vita conduci, lontano dalle gare?
Lavoro come Carabiniere Forestale sull’Appennino modenese. È un lavoro che mi piace molto e che mi tiene a contatto con la natura. Nel tempo libero invece alleno lo Sci Club Pavullese, dove seguo i ragazzi dello sci nordico dal 2013.
Che rapporto hai oggi con gli sci stretti?
Sono diventati soprattutto un piacere. Quando torno in Lessinia mi alzo presto, alle sette del mattino, quando non c’è nessuno sulle piste, e vado a sciare in silenzio. È il mio momento di relax, come una vacanza.
Quanto hanno contato le tue radici lessiniche nella tua carriera?
Hanno contato tantissimo. Ho ricevuto molto dal mio paese, dalla Lessinia, dalla mia famiglia e dallo stile di vita di montagna. Quelle radici mi hanno insegnato la fatica, la costanza e a non mollare mai.

Come è stato il momento in cui hai deciso di smettere con l’agonismo?
Ho gareggiato in Coppa del Mondo fino al 2010, poi ancora due stagioni sulle lunghe distanze. Ma con il tempo molte compagne di squadra avevano smesso, così come mio fratello Fulvio, e non c’era più lo stesso clima. Come dice Agassi, smettere è come decidere di morire nello sport: è una fine dolceamara.
Perché hai scelto di restare nello sport come allenatrice?
Perché lo sport mi ha dato tantissimo nella vita. All’inizio è stato difficile togliersi i panni dell’atleta e indossare quelli dell’allenatrice, ma ho scoperto che ho tanta pazienza e che mi piace insegnare, soprattutto ai bambini dai sei ai dodici anni, che sono pieni di entusiasmo.
Cosa è cambiato nello sport giovanile rispetto ai tuoi tempi?
Oggi i ragazzi fanno tanti sport, lo sci di fondo è solo uno tra tanti. C’è molta filosofia del divertimento e poca dell’agonismo. Un po’ di sano agonismo servirebbe, con più obiettivi. Inoltre, i genitori sono spesso troppo presenti e protettivi.
Che valori cerchi di trasmettere ai tuoi atleti?
Che nulla è gratuito. Io ho avuto una famiglia, un allenatore come Vito Scandola e dei tifosi che mi hanno sempre sostenuta ma anche criticata per farmi migliorare. Le cose importanti vanno conquistate con impegno.
I sacrifici dello sci nordico ti sono mai pesati?
Freddo, sveglie presto, lunghi periodi fuori casa ci sono sempre stati, ma per me non è mai stato un peso. La soddisfazione è sempre stata più grande della fatica.
Come vivrai le Olimpiadi Milano Cortina?
Soprattutto da spettatrice. Andrò a vedere lo sci di fondo in Val di Fiemme e il resto lo seguirò in televisione. Mi sento ancora parte di quel mondo, anche se noi ex atleti siamo stati poco coinvolti.
Hai qualche rimpianto guardando alla tua carriera?
Solo uno: a Salt Lake City me ne sono andata troppo presto per delusione. Oggi sarei rimasta e avrei gareggiato di più.
Che messaggio vuoi lasciare ai giovani?
Di crescere con valori positivi e fiducia in sé, anche se non si vince. Il futuro non è scritto: conta vivere il presente con passione.



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