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Andrea Bassi: «Per case anziani e Ipab serve una legge chiara»

di Claudio Capitini | 6 Febbraio 2026

Il 2026 è un anno cruciale per le IPAB, le storiche Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza, che dovrebbero allinearsi a un nuovo quadro normativo e fiscale, passando da vecchie istituzioni a enti più moderni, flessibili e integrati nella rete dei servizi socio-sanitari territoriali. Ospite di Verona Salute su Radio Adige TV, Andrea Bassi, presidente dell’IPAB Centro Anziani di Bussolengo ed ex consigliere regionale, ha illustrato le difficoltà di un settore sospeso tra passato e futuro, tra esigenze concrete e incertezze normative. Un quadro in cui l’assistenza residenziale agli anziani non autosufficienti rischia di non riuscire a rispondere a una domanda crescente, in un Paese che invecchia e in cui le liste d’attesa si allungano ogni giorno.

Cosa sono le IPAB?

Le IPAB sono istituzioni pubbliche che si occupano di assistenza residenziale per persone non autosufficienti. Operano accanto a RSA e case di riposo.

Perché necessitano di un miglioramento normativo?

Perché si basano ancora su una legge di fine Ottocento, aggiornata nel tempo ma rimasta nella sua struttura originaria. Con la riforma del Titolo V del 2001, lo Stato ha affidato alle Regioni il compito di disciplinarne la trasformazione. Alcune lo hanno fatto, altre no. In Veneto la normativa manca ancora, con conseguenze rilevanti: la gestione quotidiana procede tra molte difficoltà, ma programmare il futuro è quasi impossibile.

Cosa prevedono le nuove riforme in arrivo nel 2026?

La trasformazione delle IPAB in Aziende di Servizi alla Persona, anche se il significato concreto non è ancora chiaro. È una riforma attesa da oltre vent’anni: già dal 2001 le Regioni avrebbero dovuto intervenire, ma il tema è rimasto irrisolto. Il nodo non è il nome, ma i poteri, l’organizzazione e le risorse. Se le IPAB restano strutture ibride, a metà tra pubblico e privato e senza strumenti per competere, rischiano seriamente di non reggere. La vera sfida è capire quanto sarà incisiva la riforma e come verrà realizzata.

Quale dovrebbe essere, secondo lei, la direzione da adottare?

Nel sociale serve superare il concetto di semplice integrazione tra pubblico e privato e puntare a una vera alleanza. Se il processo non è governato, il privato tende a concentrarsi sulle attività più redditizie, lasciando al pubblico i compiti più onerosi, spesso con risorse limitate. Oggi tutti devono rispettare le stesse regole per l’accreditamento, ma il privato ha maggiori capacità di investimento. Il risultato è un sistema sotto pressione: a fronte di pochi posti disponibili, le liste d’attesa sono enormi e non è possibile ampliare i servizi per mancanza di mezzi. Servono partnership pubblico-private più semplici, chiare e trasparenti. Solo così si può dare una risposta concreta ai bisogni.

Come funziona il sistema di assistenza residenziale in Veneto?

Nel complesso funziona, e anche bene, ma solo per chi riesce a trovare posto. Il vero problema riguarda chi resta escluso, perché le risorse non bastano né per creare nuovi posti. Accanto ai regimi privati, con costi interamente a carico delle famiglie, esiste il sistema convenzionato, in cui la spesa è condivisa con il servizio sanitario regionale. I posti disponibili, però, sono nettamente insufficienti rispetto ai bisogni. Servono più investimenti, sia nel convenzionamento sia nell’ampliamento delle strutture.

Come intende il suo ruolo di presidente?

Non lo considero un incarico politico, ma un ruolo di amministrazione. Il consiglio di amministrazione è nominato dal Comune di Bussolengo e opera come guida di un’istituzione con un obiettivo preciso: garantire ai residenti la migliore qualità di vita possibile, nel rispetto della loro dignità. Non parlo di ospiti, ma di residenti, perché questa è la loro casa. Tutto il nostro impegno è orientato a questo, e a nulla di diverso.

Come affronta, da presidente, questa fase di incertezza per le IPAB?

Con entusiasmo, ma anche con grande preoccupazione. Sono abituato a programmare nel medio-lungo periodo, ma con una riforma annunciata e mai realizzata è quasi impossibile. Il mio mandato arriva fino al 2029, ma oggi non sappiamo cosa saremo domani né quando arriverà una decisione. Per questo desidero scrivere al nuovo presidente della Regione, Stefani. Ho seguito con grande interesse la sua campagna elettorale e ho apprezzato in modo particolare l’attenzione riservata ai temi del sociale e della terza età. Dal 2001 si attende una norma che non è mai arrivata. Dopo oltre vent’anni, non è più tempo di rinvii. Serve una scelta chiara, qualunque essa sia, che restituisca finalmente un orizzonte certo. Questa realtà noi la viviamo ogni giorno, senza pause. Non possiamo più permetterci di aspettare.