Francesca Darra - direttore neuropsichiatria Infantile Osp. della Donna e Bambino (8)

Francesca Darra: «Serve rigore scientifico: il paracetamolo non causa l’autismo»

di Claudio Capitini | 5 Dicembre 2025

Le recenti dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, secondo cui l’assunzione di paracetamolo in gravidanza potrebbe causare autismo nei bambini, hanno riacceso un dibattito delicatissimo in un ambito già attraversato da anni di disinformazione. Affermazioni rilanciate su suggerimento del segretario alla Salute Robert Kennedy Jr, prive di evidenza scientifica ma capaci di generare confusione tra famiglie e professionisti. In questo contesto la SINPIA, Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, è intervenuta con decisione, prendendo le distanze da tali dichiarazioni e richiamando la necessità di ancorarsi ai dati e alle conoscenze consolidate. Tra i membri del Consiglio Direttivo di SINPIA vi è la professoressa Francesca Darra, direttrice dell’Unità di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale della Donna e del Bambino dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona. Ospite di Verona Salute, ha analizzato con rigore divulgativo l’origine delle affermazioni circolate, il ruolo reale del paracetamolo in gravidanza, la questione vaccini e ciò che oggi sappiamo sull’autismo, sottolineando quanto la corretta informazione resti fondamentale in un campo dove lo stigma è ancora causa di molti danni.

Qual è stata la sua prima reazione alle affermazioni di Trump?

Diciamo che questa dichiarazione è stata fonte di un messaggio profondamente sbagliato e distorto, che rischia di disorientare le famiglie. È un messaggio che va stigmatizzato perché mette in difficoltà chi, tra operatori, educatori familiari e professionisti, lavora ogni giorno per migliorare la salute e il benessere dei bambini e dei ragazzi con disturbi dello spettro autistico. Messaggi di questo tipo minano la fiducia e compromettono il lavoro di chi opera con serietà e metodo, alimentando un clima di disinformazione.

Che cos’è, realmente, il paracetamolo e perché viene utilizzato in gravidanza?

Il paracetamolo è un antipiretico, utilizzato anche come antidolorifico, ed è uno dei pochi farmaci indicati in gravidanza per trattare febbre e dolore. È considerato sicuro per il nascituro, ed è proprio per questo che viene raccomandato alle donne in attesa. Le affermazioni citate da Trump derivano da una metanalisi pubblicata dal medico italiano Baccarelli, che ha analizzato studi degli ultimi dieci anni sul presunto legame tra paracetamolo e disturbi del neurosviluppo. Tuttavia, si tratta di ricerche metodologicamente deboli, basate su ricostruzioni a posteriori tramite interviste alle madri, e quindi non affidabili per trarre conclusioni causali. Al contrario, un recente studio osservazionale molto più solido, condotto su oltre due milioni di gravidanze e seguito per molti anni, ha mostrato che la lieve associazione inizialmente rilevata rappresentava in realtà una sorta di falso positivo. Confrontando i fratelli nati nelle stesse famiglie, infatti, l’incidenza di autismo risultava identica, indicando che fattori genetici e ambientali avevano un peso ben maggiore. In sintesi: non esiste alcuna evidente correlazione tra paracetamolo e autismo. Il farmaco rimane la scelta più sicura in gravidanza, come ribadito anche dall’Agenzia Italiana del Farmaco.

Esistono invece farmaci effettivamente rischiosi in gravidanza?

Sì. Alcuni antinfiammatori vanno evitati perché presentano un rischio maggiore nel primo trimestre di gravidanza e possono causare problematiche renali, o talvolta cardiache, nelle fasi più avanzate. Un farmaco particolarmente critico è invece l’acido valproico, usato per l’epilessia e come stabilizzante dell’umore: è chiaramente associato a un aumento di malformazioni del tubo neurale e maggiore rischio di autismo, e questo vale sia se assunto dalla madre sia, secondo dati emergenti, dal padre. Esistono inoltre registri e sistemi di sorveglianza dedicati proprio al monitoraggio dei farmaci potenzialmente dannosi per lo sviluppo fetale.

Trump ha parlato anche di rinviare a 12 anni il vaccino anti-epatite B. Esiste un fondamento scientifico?

No. Da molti anni si discute di un possibile rapporto tra vaccini e autismo, ma non esiste alcuna evidenza scientifica che colleghi le due cose. Ritardare o diluire il calendario vaccinale, pratica che ciclicamente riemerge nel dibattito pubblico, non ha alcun fondamento. L’idea che i vaccini possano essere dannosi per i bambini piccoli non è supportata da dati: il mercurio, ritenuto in passato un elemento problematico, non viene più utilizzato da molti anni e i vaccini moderni sono progettati per ridurre al minimo sia il carico antigenico sia le possibili reazioni. L’attuale calendario vaccinale e le combinazioni oggi in uso sono quelle che hanno dimostrato la maggiore efficacia con i minori effetti collaterali. Non c’è dunque alcuna base scientifica per sostenere che un vaccino possa essere somministrato “senza rischi” a 12 anni ma non a due o tre.

Può aiutarci a comprendere meglio che cosa sono i disturbi dello spettro autistico?

I disturbi dello spettro autistico costituiscono un ampio insieme di problematiche del neurosviluppo, che accompagnano lo sviluppo cerebrale e sono caratterizzate soprattutto da difficoltà nella comunicazione, nell’interazione sociale e dalla presenza di comportamenti stereotipati. La gravità dei sintomi può variare in modo molto ampio ed è per questo che oggi non parliamo più di “autismo” in senso stretto, ma di spettro autistico. Non esiste una causa unica e definita. Sappiamo però che entrano in gioco fattori genetici, che influenzano la formazione dei network neuronali e il funzionamento dei neurotrasmettitori, creando una vulnerabilità individuale. Questa vulnerabilità si intreccia con i fattori ambientali, come l’età dei genitori, l’esposizione a fumo o alcol in gravidanza, oppure ambienti che non colgono precocemente eventuali segnali di difficoltà, limitando così la possibilità di intervenire in tempo. Esistono inoltre alcune patologie genetiche specifiche in cui riconosciamo quadri chiari di autismo: sono i cosiddetti autismi sindromici, legati ad alterazioni di singoli geni o di interi cromosomi.

Quanto pesa ancora lo stigma in questo campo e quanto è importante fare corretta informazione?

È fondamentale. La corretta informazione permette di orientarsi verso le cure più adeguate e di migliorare la qualità di vita dei bambini e degli adolescenti con disturbi del neurosviluppo. Riconoscere precocemente condizioni come disturbi dello spettro autistico o deficit di attenzione e iperattività significa poter intervenire con i trattamenti che, secondo le evidenze disponibili, si sono dimostrati più efficaci rispetto alla mancata cura o a interventi inappropriati. In questo ambito, però, le evidenze non sono sempre semplici da raccogliere e possono avere livelli di forza diversi. Per questo si elaborano linee guida, ampie revisioni della letteratura e percorsi condivisi, che oggi rappresentano la garanzia più solida per pazienti e famiglie. È essenziale rivolgersi al proprio medico o a un professionista di fiducia, evitando le trappole mediatiche e le semplificazioni infondate, come l’idea di aver “trovato la causa dell’autismo” o la proposta di utilizzare l’acido folico come presunta prevenzione dei “sintomi dell’autismo”. Queste affermazioni non hanno alcuna base scientifica.

Come sta evolvendo il reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale della Donna e del Bambino?

Il reparto sta crescendo in modo significativo, grazie al sostegno della direzione generale e della Regione, che hanno scelto di dare maggiore attenzione alle problematiche adolescenziali, soprattutto comportamentali e psichiatriche. L’obiettivo è costruire una realtà innovativa e accogliente, in grado di intercettare anche ragazzi con disturbi dello spettro autistico non diagnosticati. Il team si è ampliato con terapisti della riabilitazione psichiatrica, essenziali nella gestione dei casi più complessi, e si stanno sviluppando percorsi terapeutici sempre più mirati. Il reparto continua a lavorare per incrementare gli spazi, rafforzare il personale e potenziare le attività ambulatoriali, costruendo al contempo una rete territoriale più forte, indispensabile per accompagnare le famiglie nel percorso di cura.