Nicolò Govoni: i furti di biciclette, l’India e quella voglia di riscatto
di Alice Martini | 2 Dicembre 2025Un ospite speciale ha aperto le Serate d’Autore al Teatro Ristori di Verona lo scorso 5 novembre, il giovane attivista e scrittore cremonese Nicolò Govoni che, assieme ad un altro piccolo gruppo di volontari, nel 2018, istituì la fondazione umanitaria Still I Rise: un sogno e una missione comune di fornire gratuitamente a tutti l’istruzione, soprattutto nei paesi più poveri.
Arrivi a Verona per la prima volta con “L’uomo che costruiva il futuro”. Come è andata?
Posso solo dire che è stata un’emozione unica: venire qui a Verona e in questo teatro, per la prima di questo spettacolo e di questo tour, mi ha regalo qualcosa di straordinario. Avevamo fatto una serata a Schio a giugno ma questa è stata la vera e propria partenza. Per me che non sono abituato a stare su un palco, ho potuto respirare una tensione ma anche una commozione unica da parte del pubblico, che ho sentito molto vicino.

Non è la tua prima avventura davanti a un pubblico: la tua storia l’hai raccontata anche sul piccolo schermo.
Esatto, a giugno scorso è uscito, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema e distribuito da Freak Factory, “School of Life”, documentario diretto da Giuseppe Marco Albano in cui racconto la mia storia e quella che ormai è diventata la mia ragione di vita, in particolare soffermandomi sulla nascita di Still I Rise. Per ancora qualche mese sarà al cinema e poi su Rai Play.
Ma torniamo indietro. Da Cremona al tuo primo viaggio in India: come è nato questo desiderio?
Avevo 16 anni e avevo letto un libro: “Shantaram”, che mi aveva fatto innamorare dell’India. Poi, nel 2013 a circa vent’anni, quando mi sono ritrovato in una fase di vita in cui ero in completa rottura con il mondo – ero un grande appassionato di biciclette e per dimostrare il mio disagio avevo cominciato a rubarle – è accaduta la svolta. Sono potuto partire per un progetto di volontariato in un campo profughi all’orfanotrofio di Tamil Nadu, in India, e dai soli due mesi di permanenza, sono rimasto quattro anni, sapendo di aver cambiato delle vite.
Nel frattempo, ti sei laureato in giornalismo e poi ti sei ritrovato ad un nuovo bivio.
Nel 2017, forte della mia laurea, avevo organizzato tutto per andare a New York per un master e continuare da un’altra prospettiva a dare il mio aiuto ai più sfortunati. Ma qualcosa si era mosso dentro di me e quando mi si è presentata l’occasione di spostarmi a Samos, in Grecia, sede di uno dei più grandi campi profughi d’Europa, non ho esitato. Qui sono diventato insegnante per i tanti bambini profughi presenti, supportandoli giorno per giorno nelle difficili condizioni di vita e nei soprusi subiti nel campo. Il loro sogno divenne anche il mio. Restai lì perché sentivo che così avrei potuto fare qualcosa, anche se la situazione era difficile: mi sentivo solo e arrabbiato.
Nacque lì l’idea di “Still I Rise”?
Dai momenti più bui spesso nascono cose belle: grazie anche alla tenacia di altre due volontarie, Giulia Cicoli e Sarah Ruzek, nacque nel 2018 “Still I Rise”, fondazione umanitaria che ha lo scopo di fornire gratuitamente a tutti l’istruzione, seguendo l’obiettivo di insegnare il “pensiero libero” e far ottenere il titolo di Baccalaureato internazionale gratuitamente ai ragazzi più poveri. Passati alcuni anni, nonostante la pandemia, non ci siamo fermati e, dopo un’esperienza in Turchia, siamo approdati anche in Kenya, fondando la prima International School dell’associazione, a cui è seguita quella di Bogotà.

Hai mai avuto paura?
Molto recentemente, quest’anno nel Sud Sudan, ho temuto per la mia vita, ma si va sempre avanti. Anche la mia famiglia oggi sa che questa è la mia strada, che sono felice e che perseguo una missione. Siamo sempre alla ricerca di nuovi luoghi dove portare il sogno della nostra scuola. Non sappiamo ancora dove, ma stiamo studiando per proporla anche qui in Italia.
Nel 2023 hai anche ricevuto una nomina al Nobel per la Pace.
Sì, da parte della Repubblica di San Marino. Chiaramente fu più un incoraggiamento che un premio, una spinta che anche dall’esterno ci riconosceva uno sforzo importante nella nostra missione.


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