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Eugenio Fascetti: «Mancini? Non ha mai fatto la gavetta»

di Redazione | 2 Dicembre 2025

Eugenio Fascetti, viareggino classe 1938, è stato una figura cardine del calcio italiano per oltre trent’anni. Ex centrocampista e poi tecnico capace di lasciare il segno in piazze come Lecce, Torino, Verona e Bari, ha costruito una carriera scandita da imprese memorabili: la storica salvezza della Lazio, cinque promozioni in Serie A e un percorso iniziato nei campi dilettantistici e concluso ai massimi livelli. Ma Fascetti è ricordato anche, e forse soprattutto, per il suo carattere diretto, da “toscanaccio” schietto, uno che non ha mai avuto paura di dire ciò che pensava, anche quando esporsi significava rischiare. Emblematico il caso delle critiche rivolte a Bearzot alla vigilia del Mondiale ’82, quando quasi nessuno osava esporsi. Ospite di Palla Lunga e Raccontare con Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon, Fascetti ha ripercorso la sua storia dal campo alla panchina, soffermandosi anche su quegli episodi che lo hanno visto protagonista proprio per la sua sincerità senza filtri: «La questione dell’Italia ’82 è ormai acqua passata. La verità è che io fui l’unico a dire quello che pensavano tutti. Gli altri zitti, io no… Ma con Bearzot mi spiegai senza problemi.»

Parlando di CT della Nazionale, ha rivolto diverse critiche alla scelta di affidare a Roberto Mancini l’Italia che doveva ripartire dopo il fallimento del 2018. Perché, secondo lei, non era la figura adatta per quella squadra?

Innanzitutto ci tengo a dire che non ce l’ho con Mancini: lui fa quello che gli dicono di fare. Però, se devo essere sincero, è uno che è “arrivato” all’università senza passare dalle elementari. Scusate, eh, ma che gavetta ha fatto Mancini? Pronti via e gli danno la Fiorentina, in Serie A. Io per arrivarci ho dovuto vincere la Prima categoria e poi salire, salire… Serie C, Serie B: ho vinto cinque campionati di B, mica uno, prima di meritarmi la Serie A.

Le stagioni da allenatore del Verona tra il 1990 e il 1992: dopo un’insperata promozione in Serie A, arriva l’esonero nella seconda stagione. Come ha vissuto quel momento?

Ce l’ho ancora qui, quell’esonero di Verona. L’anno prima eravamo saliti in A con una società praticamente fallita: non c’erano nemmeno i soldi per le trasferte. Prima di partire per Pescara ci dissero: “O pagate prima, o il pullman non parte”. Eppure, con un gruppo di ragazzi seri, uomini veri, centrammo la promozione. L’anno dopo mi presero un fenomeno “rotto” come Stojkovic e una sciagura come Raducioiu. Se avesse fatto la metà dei gol che ha sbagliato, saremmo andati in Uefa. E alla fine mi cacciarono, anche se la squadra l’avevo lasciata sopra la zona calda.

Ha allenato centinaia, se non migliaia di giocatori. Quali sono, secondo lei, i migliori che abbia mai avuto?

Probabilmente Stojkovic e Cassano. Stojkovic è sinceramente il mio più grande rimpianto: uno che, se fosse stato sano, poteva vincere da solo le partite. Cassano invece l’ho visto quando era ancora un ragazzo, faceva cose da super. Si è buttato via, certo, ma prima di giudicarlo pensate sempre da dove veniva, alla sua infanzia. In campo Antonio sapeva fare cose da fenomeno, capiva tutto in anticipo. È per questo che ha detto no al Verona: sapeva già come sarebbe andata a finire.

Nel corso della sua lunga carriera ha visto il calcio trasformarsi profondamente. Che idea si è fatto del calcio di oggi?

Sento le “seconde voci” della TV e mi chiedo: ma io ho davvero fatto l’allenatore di calcio, oppure ho fatto un altro sport? Aggredire lo spazio, le ripartenze, in dieci dietro la linea della palla… ma cosa siamo diventati? Vedi giocatori onesti che, quando commentano, diventano improvvisamente dei mostri. Come direbbe il vecchio Gino Bartali: “È tutto sbagliato, è tutto da rifare”.