Claudio Micheletto: «Per l’influenza servono prevenzione, vaccini e buon senso»
di Claudio Capitini | 27 Novembre 2025Con l’arrivo dell’influenza nei mesi invernali, torna anche la necessità di capire come comportarsi: riconoscere i sintomi, distinguere i diversi virus respiratori, proteggere i più fragili e alleggerire la pressione sul sistema sanitario. La stagione influenzale è ufficialmente in corso e, come ogni anno, pretende informazione chiara e consigli utili. Ospite di Verona Salute, il professor Claudio Micheletto, direttore della Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona e presidente dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri, ci aiuta a capire che cosa aspettarci nei prossimi mesi: tra varianti, vaccinazioni, nuovi virus respiratori e un sistema sanitario che deve prepararsi a gestire un’ondata ampia e prevedibile.
Professore, che stagione influenzale dobbiamo aspettarci? Sarà diversa da quelle precedenti?
Ogni anno si tende a preannunciare una stagione influenzale terribile, ma io preferisco attenermi ai dati: ci aspetta una stagione simile alle altre. Questo non significa minimizzarla. Ogni anno in Italia si registrano migliaia di decessi legati all’influenza, che rappresenta un rischio concreto per le persone fragili e un fattore di pressione per il sistema sanitario nei periodi di picco.
L’anno scorso si sono registrati oltre 16 milioni di casi. Il dato potrebbe ripetersi?
Sì, perché veniamo da un periodo post-Covid caratterizzato da stanchezza vaccinale. Abbiamo fatto molti richiami, abbiamo sentito dire tutto e il contrario di tutto sui vaccini e l’adesione alla campagna antinfluenzale non è stata ottimale. Il tema non è tanto la virulenza del virus, ma il fatto che un’ampia fascia della popolazione che dovrebbe vaccinarsi non è adeguatamente coperta. È qui che nasce il rischio per i cardiopatici, i pazienti con BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva, NdR) o con malattie respiratorie severe, che da un’influenza ritenuta banale possono andare incontro a ospedalizzazioni o complicanze importanti.
A proposito di varianti: quali ceppi influenzali circolano quest’anno?
Osserviamo come sempre ciò che accade nell’emisfero australe, dove la stagione influenzale arriva prima, e in Italia disponiamo di una buona rete di sorveglianza basata sui tamponi dei medici sentinella. Di fatto non c’è un ceppo in particolare, ma sappiamo che il virus attualmente in circolazione è leggermente diverso rispetto alle stagioni precedenti e presenta una certa diffusibilità. Il virus dell’influenza cambia continuamente: è questo il motivo per cui il vaccino va ripetuto ogni anno, a differenza dell’antipneumococcico, che riguarda un batterio molto più stabile.
Quali virus respiratori circolano oltre all’influenza e come riconoscerli?
Oltre all’influenza e al Covid, circola anche il virus respiratorio sinciziale, che nei bambini conosciamo bene perché può causare bronchiolite e, in alcuni casi, episodi anche gravi. Nell’adulto può provocare infezioni respiratorie, comprese quelle polmonari. In futuro potrebbe essere disponibile un vaccino dedicato: l’approvazione europea c’è già, manca solo l’introduzione nel mercato italiano. Tutti e tre questi virus esordiscono con sintomi delle alte vie respiratorie: mal di gola, laringiti, faringiti, raffreddore. La vera influenza si riconosce poi per un rialzo febbrile di alcuni giorni e per la mialgia, il dolore muscolare diffuso che la caratterizza.
Quali complicanze possono insorgere e qual è la gestione corretta?
Una possibile complicanza è la sovrapposizione batterica: dopo lo sfebbramento, se la febbre ricompare dopo un paio di giorni, è un segnale da valutare con attenzione perché può indicare un’infezione aggiuntiva. Gli antibiotici, in caso di virosi, non servono: vanno utilizzati solo quando c’è una documentata infezione batterica, per evitare di favorire ulteriori resistenze. Nella maggior parte dei casi sono sufficienti antipiretici, come il paracetamolo, e antinfiammatori per controllare i sintomi; è la risposta immunitaria che permette la guarigione. Rimane valido il consiglio tradizionale: restare a casa qualche giorno, evitare colpi d’aria, non uscire con la febbre e tutelare i familiari più fragili. L’influenza si trasmette per via aerea, attraverso starnuti e colpi di tosse: limitare i contatti quando si è sintomatici è essenziale per evitare il contagio.
È possibile fare più vaccini insieme, per esempio antinfluenzale e anti-Covid?
Certo, io stesso ho fatto antinfluenzale e anti-Covid nella stessa seduta: noi operatori sanitari dovremmo essere i primi a dare l’esempio e a fornire indicazioni chiare. Le persone a rischio possono somministrare entrambi i vaccini contemporaneamente: è una pratica sicura e ben tollerata. L’antipneumococcico, ad esempio, non ha stagionalità e in molti distretti sanitari viene proposto insieme al vaccino contro l’herpes zoster alle persone con più di 65 anni o con malattie respiratorie. La triplice somministrazione non è controindicata, ma per buonsenso è meglio evitarla: la doppia, in questa stagione, è del tutto appropriata.
Il ruolo del consiglio medico sembra determinante per aumentare l’adesione vaccinale. È così?
Certamente. Quando il consiglio di vaccinarsi arriva dal proprio specialista, il paziente gli dà molto più peso. Ogni specialista dovrebbe dirlo con chiarezza: «Lei è a rischio, deve vaccinarsi». Senza creare allarmismi, è sufficiente attenersi ai dati, che mostrano come ogni anno in Italia si registrino migliaia di decessi prevenibili. È utile anche ricordare che se dopo il vaccino compare un raffreddore con due linee di febbre, quella non è influenza: circolano molti altri virus stagionali. Lo stesso vale per altre vaccinazioni, come l’antipneumococcica, che protegge da un germe specifico e non da tutte le polmoniti.
Oltre ai vaccini, quali misure preventive restano importanti?
Le misure semplici continuano a essere decisive. Negli ospedali la prevenzione delle infezioni è diventata una vera sfida: gel disinfettante ovunque, lavaggi frequenti delle mani, isolamento dei pazienti con germi complessi, dispositivi di protezione per medici e infermieri.
All’esterno molte persone fragili usano ancora correttamente la mascherina nei luoghi affollati, e fanno bene. Chi ha sintomi dovrebbe restare a casa e pensare agli altri, soprattutto se frequenta ambienti con persone fragili. Lavarsi le mani, usare la mascherina quando serve e rispettare gli altri restano comportamenti di buon senso e molto efficaci.
Professore, dove sta andando oggi la pneumologia?
La pneumologia sta affrontando sfide nuove e sempre più ampie. Oggi la pneumologia non riguarda più soltanto la cura dei pazienti ricoverati, ma anche la prevenzione e l’attenzione all’ambiente. Il cambiamento climatico e l’inquinamento incidono in modo significativo sulle malattie respiratorie, e anche a Verona questo impatto è evidente. Accanto alla prevenzione, avanzano le terapie: per l’asma, grazie ai farmaci biologici, molti pazienti conducono ormai una vita quasi del tutto normale. La BPCO resta invece una patologia severa, per la quale servono nuove opzioni terapeutiche. Il tumore del polmone continua a rappresentare la prima causa di mortalità tra gli uomini, mentre le infezioni respiratorie rimangono una delle principali cause di ricovero ospedaliero. Nonostante queste criticità, la pneumologia guarda al futuro con grande slancio: ricerca, innovazione e soprattutto prevenzione sono le direttrici lungo cui si sta muovendo il nostro lavoro.


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