Federica Bombieri: «Il paziente con Parkinson non va tutelato: va allenato»
di Claudio Capitini | 21 Novembre 2025Il morbo di Parkinson è una patologia neurodegenerativa progressiva che compromette rigidità muscolare, ritmo del movimento, postura, equilibrio e, nel tempo, automatismi essenziali della vita quotidiana. La terapia farmacologica resta il cardine del trattamento, affiancata nei casi indicati dalla stimolazione cerebrale profonda. Molto più raramente, invece, si parla del ruolo dell’attività motoria, nonostante le evidenze scientifiche ne confermino l’importanza. Ospite di Verona Salute è Federica Bombieri, chinesiologa, ricercatrice ed ex docente del Dipartimento di Scienze Neurologiche, Neuropsicologiche, Morfologiche e Motorie dell’Università di Verona. Laureata in Scienze Motorie Preventive e Adattate, da vent’anni si dedica all’attività motoria nei disturbi del movimento, in particolare nel Parkinson, applicando protocolli specifici fondati sulle più recenti linee guida internazionali. Per Bombieri l’attività fisica non è un complemento alla terapia, ma un vero pilastro della cura: uno strumento capace di agire sugli automatismi che la malattia, progressivamente, erode.
Che cos’è il morbo di Parkinson e perché il movimento è così importante?
Il Parkinson è una malattia del sistema nervoso centrale, a decorso cronico e progressivo. Non si guarisce. La causa è la degenerazione delle cellule che producono dopamina, indispensabile per gli automatismi regolati dai gangli della base. Con il tempo vengono meno funzioni semplici come camminare, controllare la postura, oscillare le braccia o parlare con ritmicità, e non tutti i pazienti hanno tremore, come spesso si pensa. La persona con Parkinson tende a fare tutto più piccolo, più semplice, perché perde questi automatismi. Proprio per questo è fondamentale continuare a fare attività motoria, in modo mirato e costante, per contrastare la progressione della malattia.
Che ruolo hanno i farmaci nella gestione della malattia?
Non sono neurologa, mi occupo di attività motoria, ma il trattamento farmacologico è fondamentale. Le persone che seguo assumono farmaci importanti, perché hanno la funzione di consentire al paziente di muoversi. Molto spesso non viene detto, e molti pazienti pensano che il farmaco sia sufficiente, ma non è così: il farmaco ti mette nelle condizioni di muoverti, mentre è il movimento specifico, l’attività motoria preventiva e adattata, che aiuta a recuperare gli automatismi che vengono meno. Muoversi in modo adeguato può anche evitare, nel tempo, di aumentare il dosaggio della terapia. È veramente fondamentale.
In cosa consiste il metodo che applica nel suo studio?
Nel mio studio applico le più recenti linee guida internazionali, che esistono esattamente come quelle per i farmaci: così come un diabetico assume insulina, una persona con Parkinson assume dopamina o levodopa, e allo stesso modo deve seguire indicazioni precise sull’attività motoria. Le linee guida dicono che si deve iniziare fin dalle prime fasi dopo la diagnosi, non quando la malattia è già avanzata. L’obiettivo è insegnare al paziente strategie motorie che lo aiutino a compensare i meccanismi alterati nei gangli della base. Il movimento dev’essere specifico, strutturato e continuo, e richiede un dialogo costante con il neurologo.
Perché ancora molti pazienti non seguono un’attività motoria adeguata?
C’è molta confusione su cosa significhi davvero “fare attività motoria”. Al paziente viene detto “muoviti”, ma senza spiegare come. Così molti credono che bastino attività complementari come le pulizie domestiche, lo yoga o la semplice camminata. In realtà non è così: una camminata svolta male, con passo corto, assenza di pendolarismo o addirittura trascinamento dell’arto, può perfino aumentare il rischio di cadute. Il problema nasce proprio dalla mancanza di indicazioni precise: muoversi sì, ma in modo specifico e corretto, seguendo ciò che la scienza indica per il Parkinson.
Da dove derivano le linee guida e quali indicazioni forniscono?
Le linee guida vengono riviste periodicamente analizzando tutta la letteratura scientifica. Riviste come la Movement Disorder Society raccolgono evidenze di alto livello e definiscono come intervenire nelle diverse fasi della malattia. Nelle fasi iniziali raccomandano esercizio aerobico specifico, come la camminata, ma svolta con tecnica corretta: pendolarismo delle braccia, lunghezza del passo adeguata, prevenzione del trascinamento. Indicano anche l’importanza del lavoro in gruppo, perché stimola abilità cognitive come attenzione, orientamento e movimenti oculari rapidi, che nel tempo tendono a ridursi e vanno allenate in modo mirato.
Il nordic walking sembra essere molto utile per malattie con disturbi del movimento. Perché questa disciplina può essere così importante?
Il nordic walking nasce come allenamento estivo per gli sciatori, ma oggi è una delle discipline più studiate nei disturbi del movimento. Le ricerche mostrano che i bastoncini agiscono come un vero ausilio: migliorano l’equilibrio e aumentano la lunghezza del passo, che nel Parkinson tende a ridursi. È però efficace solo se insegnato da un esperto in disturbi del movimento, non da un semplice istruttore, perché ogni tecnica richiede competenze specifiche. Se praticato correttamente, il nordic walking aiuta anche a stimolare la dopamina e a migliorare la cinematica della camminata alterata dalla malattia.
In particolare, quali benefici porta l’attività motoria nel Parkinson?
Sono diversi i benefici dell’attività motoria nel Parkinson. Lavorare in gruppo costringe a esercitare abilità che nel tempo tendono a ridursi: dialogare, seguire una conversazione, muovere gli occhi, afferrare o lanciare una palla, rispondere rapidamente a un comando motorio. Sono funzioni cognitive che l’attività motoria, svolta in modo adeguato, aiuta a mantenere. Le ricerche mostrano anche che l’esercizio fisico continuativo e, nelle fasi iniziali, di tipo vigoroso, sia sotto il profilo aerobico che cognitivo, contribuisce a rallentare la progressione della malattia, migliorando sia i sintomi motori sia quelli cognitivi. Fare fatica è l’unico modo per ottenere risultati.
Esiste anche un beneficio emotivo?
Assolutamente sì. Nel Parkinson pesa molto lo stigma sociale: molti pazienti fanno fatica perfino a dire “sono malato”, e questo li porta a isolarsi, peggiorando notevolmente tono dell’umore, parola e anche attenzione. È un errore pensare che il paziente vada “tutelato” facendo poco: è l’esatto contrario, nella malattia di Parkinson devi fare di più. Il paziente è molto sensibile alle emozioni: agitazione e ansia influiscono sul movimento, fino al fenomeno del freezing, quando i piedi sembrano “incollati” al suolo. Corpo e mente sono un tutt’uno: quando una persona sta bene lo vedi da come si muove, e quando sta male lo vedi allo stesso modo. Le emozioni incidono profondamente sul modo in cui ci muoviamo, soprattutto nel Parkinson.
Quanto contano costanza e regolarità?
Sono fondamentali. Così come il farmaco ha una sua cadenza anche l’esercizio fisico dovrebbe seguirne una. Idealmente, ogni volta che il paziente assume la terapia dovrebbe muoversi, con indicazioni diverse a seconda della fase: farmaco e movimento sono «due parti della stessa mela». L’attività motoria deve essere continuativa. Se un’abilità tende a venir meno, va ripetuta spesso: 30, 20 o 15 minuti a seconda dello stadio, ma soprattutto con frequenza. Nel Parkinson ciò che impari rischi di dimenticarlo: bisogna corticalizzare il movimento, renderlo stabile nel tempo. Più lo fai, meglio funziona.
Quali risultati vede applicando la metodologia di cui ci ha parlato?
Lavoro da trent’anni nell’attività motoria e da vent’anni nello studio del Parkinson. I risultati che vedo sono eccellenti, soprattutto nei pazienti che iniziano presto il percorso. Nello studio in cui lavoro seguiamo sessioni bisettimanali o settimanali, ma lavoro anche con persone che arrivano da lontano e hanno bisogno di indicazioni a distanza. Nel 99% dei casi è il neurologo a inviare il paziente: il confronto continuo con lui è fondamentale, da sola non potrei lavorare. Chi inizia quando è ancora cognitivamente integro impara strategie motorie chiamate Cueing Strategies (CUS), che permettono di bypassare il circuito compromesso dei gangli della base utilizzando un circuito accessorio. I progressi, nel tempo, sono davvero significativi.
Può essere un rischio anche ascoltare “troppo” il proprio corpo?
Sì. Dare eccessiva attenzione alle sensazioni può diventare controproducente: quando ci si concentra troppo su ogni minimo sintomo, si rischia di amplificarlo. Il mio consiglio è di alleggerire, impegnarsi nel percorso ma senza trasformare ogni percezione in motivo di allarme. È un atteggiamento mentale che aiuta ad affrontare la malattia con maggiore equilibrio e serenità.


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