Ionica Masgras - biologa consiglio nazionale delle ricerche padova (7)

Ionica Masgras: «Più che sconfiggere il cancro, dobbiamo renderlo una malattia trattabile»

di Claudio Capitini | 19 Novembre 2025

La ricerca oncologica continua a compiere passi decisivi, sostenuta ogni giorno dal lavoro di migliaia di scienziate e scienziati impegnati a rendere il cancro sempre più curabile. Tra le iniziative più significative c’è la campagna AIRC “I Giorni della Ricerca” per promuovere il finanziamento di studi e terapie innovative. Ospite di Verona Salute, Ionica Masgras, biologa del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Istituto di Neuroscienze di Padova, ha approfondito gli sviluppi più recenti della ricerca contro il cancro, spiegando le prospettive aperte dalle nuove tecnologie, dall’immunoterapia ai vaccini antitumorali, fino al contributo dell’intelligenza artificiale.

Qual è il focus della sua attività di ricerca?

Mi occupo di un tumore raro che può insorgere anche in età pediatrica e che riguarda soprattutto i pazienti con neurofibromatosi di tipo 1, una malattia genetica che predispone alla comparsa di vari tumori. I più comuni sono i neurofibromi, tumori benigni dei nervi periferici che però possono evolvere in forme maligne, i tumori maligni della guaina dei nervi, che studiamo nel nostro laboratorio. Ad oggi non esiste una cura, perciò analizziamo queste forme tumorali dal punto di vista metabolico, cercando di capire come il metabolismo sia alterato e quali vulnerabilità possano emergere. AIRC sostiene un progetto quinquennale che ci consente di studiare anche la comunicazione tra cellule tumorali e microambiente, per identificare le molecole-segnale da cui potrebbero nascere nuove terapie.

Come nasce la sua scelta di dedicarsi alla ricerca?

Il mio interesse per la ricerca e per la biologia nasce fin da bambina. Mio padre, rimasto disabile dopo un incidente sul lavoro, guardava con me programmi televisivi di salute come questo, e mi chiedevo quali potessero essere le ripercussioni delle scoperte scientifiche sulla vita di pazienti come lui. Mi sono poi formata all’Università degli Studi di Padova, con periodi di studio in Inghilterra e negli Stati Uniti, e questa passione ha continuato a crescere. Oggi la ricerca per me è molto stimolante: mi permette di lavorare in squadra, mantenere contatti con collaboratori italiani ed esteri e accogliere in laboratorio studenti di altri Paesi, vivendo pienamente un clima internazionale in cui mi sento davvero una cittadina del mondo.

L’oncologia è sempre più mirata: cosa comporta questo cambiamento?

Abbiamo capito che non esiste “il” cancro, ma molte tipologie di tumore, ognuna delle quali deve essere studiata nello specifico. Questo richiede un grande sforzo a più livelli: per noi ricercatori significa affrontare ogni tumore come un nuovo enigma, studiandolo dalle basi, per i medici comporta la necessità di somministrare terapie sempre più efficaci e ottimizzate per quel tipo tumorale, per gli enti finanziatori vuol dire investire nella ricerca su tutte le diverse forme di tumore. È davvero uno sforzo collettivo sempre più impegnativo.

Che ruolo ha AIRC in questo percorso?

AIRC sostiene la ricerca in tutti gli ambiti tumorali, permettendo a un numero sempre maggiore di tumori di essere studiati nei nostri laboratori. In Italia supporta più di 6000 ricercatori, investendo ogni anno oltre 130 milioni di euro nei progetti scientifici. Inoltre AIRC svolge un ruolo fondamentale di ponte tra scienza e società, promuovendo una cultura scientifica solida attraverso iniziative di divulgazione che arrivano anche nelle scuole. L’informazione che fornisce è sempre più affidabile e rappresenta un riferimento importante per tutti.

Che progressi ha fatto l’oncologia negli ultimi decenni?

AIRC nasce nel 1965, in un periodo in cui si cominciavano a riconoscere le connessioni tra fattori ambientali, come fumo, sigarette e amianto, e l’insorgenza di specifiche tipologie di tumori. Da allora abbiamo fatto davvero passi da gigante: oggi disponiamo di chemioterapie di seconda generazione, di farmaci sempre più mirati e della possibilità di combinarli in modo più efficace. L’arrivo dell’immunoterapia, poi,  ha rivoluzionato la cura del cancro negli ultimi vent’anni, cambiando profondamente la prognosi di molte malattie oncologiche

Come funziona l’immunoterapia?

Le cellule tumorali derivano dalle nostre cellule sane, ma accumulano mutazioni che le rendono incapaci di vivere in “società” con i tessuti circostanti e iniziano a replicarsi in modo incontrollato. Sono però ancora molto simili alle cellule normali, e per questo il sistema immunitario spesso non le riconosce. Inoltre attivano meccanismi che permettono loro di rendersi invisibili al sistema immunitario, o addirittura di corromperlo affinché sostenga la loro crescita. La sfida dell’immunoterapia è ripristinare la capacità del nostro sistema immunitario di vedere queste cellule, smascherandole e permettendo di eliminarle in modo specifico, senza danneggiare le cellule sane circostanti.

A che punto siamo nella lotta contro il cancro?

Il tasso di sopravvivenza dei pazienti oncologici è più che raddoppiato negli ultimi sessant’anni. Per questo credo che, più che pensare di “sconfiggere” il cancro, l’obiettivo sia renderlo una malattia trattabile, auspicabilmente curabile e, quando non è possibile, cronicizzabile. Significa offrire ai pazienti la possibilità di convivere con un tumore mantenendo una buona qualità della vita. E per raggiungere questo risultato l’accesso alle cure efficaci, garantito a tutti, è davvero un punto cruciale

Quali sono le sfide future per la ricerca?

Le sfide si presentano su diversi livelli. La prima è comprendere la complessità del cancro, che non è una sola malattia ma molte, e che nel tempo può evolvere diventando resistente ai trattamenti. Un’altra sfida è trasferire più rapidamente le conoscenze dal laboratorio alla clinica, così da trasformare le scoperte in terapie realmente disponibili per i pazienti. Infine, è fondamentale rendere le terapie accessibili e sostenibili, con costi sempre più bassi, affinché tutti possano beneficiare delle cure più mirate ed efficaci.

Perché la ricerca sembra spesso “invisibile” al grande pubblico?

Posso capire che la ricerca possa sembrare lontana, perché si svolge nei laboratori, nei centri di ricerca e negli ospedali, dunque è poco visibile alla popolazione. Tuttavia i risultati sono ben evidenti: oggi curiamo tumori che fino a poco tempo fa erano letali e il tasso di sopravvivenza continua ad aumentare. La possibilità di convivere con un tumore è sempre più concreta. Questa ricerca, che può sembrare invisibile, produce risultati molto visibili, e ogni paziente guarito o curato è il frutto di un lavoro lungo, complesso e spesso silenzioso, che richiede anni per diventare realtà.

La strada dei vaccini antitumorali è promettente?

Sì, credo proprio di sì. L’idea di vaccinarsi, come diceva lei, non è nuova: accompagna la ricerca oncologica da più di sessant’anni. Esistono già vaccini preventivi per quei tumori legati a infezioni virali, come il papillomavirus o l’epatite B, che permettono di prevenire tumori quali il carcinoma della cervice uterina e l’epatocarcinoma. La sfida più grande è sviluppare vaccini terapeutici, efficaci per i pazienti che un tumore ce l’hanno già. Per questo servono conoscenze approfondite sui neoantigeni, molecole espresse solo dalle cellule tumorali che possono fungere da “bandierine” per distinguerle da quelle sane e permettere al sistema immunitario di attaccarle in modo mirato.

L’orizzonte del 2050 è realistico?

Credo di sì. L’immunoterapia ha rivoluzionato la cura dei tumori e i prossimi vent’anni potrebbero essere altrettanto decisivi, anche grazie alle tecnologie di intelligenza artificiale. Ma molto resta da fare: alcune forme tumorali sono ancora resistenti e le nuove terapie devono diventare accessibili a tutti.

Che ruolo potrà avere l’intelligenza artificiale nella ricerca e nella clinica?

È già una risorsa preziosa per analizzare grandi quantità di dati, come quelli delle analisi omiche. In futuro potrà aiutare nella diagnosi, nell’interpretazione delle immagini e nell’individuazione dei biomarcatori che permettono di capire come un tumore evolve nel tempo. È necessario però un lavoro congiunto tra sviluppatori, medici e ricercatori.