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Andrea Mandorlini: «I giocatori sono tutti uguali ma Zenga e Matthaeus di più»

di Redazione | 15 Novembre 2025

Andrea Mandorlini è una di quelle figure che hanno inciso profondamente nel calcio italiano. Nato a Ravenna nel 1960, difensore dell’Inter dei grandi trionfi, dallo scudetto dei record alla Coppa UEFA, e poi allenatore da quasi 700 panchine, ha intrecciato con Verona un legame che supera i numeri: due promozioni consecutive, dalla C alla Serie A, e un percorso che i tifosi ricordano ancora con riconoscenza. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare, Mandorlini ha ripercorso gli anni nerazzurri, il rapporto con Trapattoni e quella lunga storia d’amore con l’Hellas.

Il tempo passa, “…che dici, c’è la prescrizione?” sorride Mandorlini. 

Il tempo passa, ma l’Inter, il Trap, lo scudetto, le Coppe, San Siro, sono sempre lì, 

Perché quello è comunque il periodo più bello della tua vita. Anche se allenare è infinitamente più bello che giocare. Quando giochi, fai il tuo, finita la partita, l’allenamento, te ne vai tranquillo. Quando alleni, non stacchi mai, hai un’adrenalina addosso 24 ore al giorno. E devi pensare a tutto, ai giocatori, a come stanno, all’allenamento, allo staff, a far funzionare tutto al meglio. Non c’è partita, molto più appagante allenare.

L’Inter, dunque. Il Trap, allora. 

Un grande, c’è poco da fare e da dire. Per lui parla la carriera, quello che ha fatto, quello che ha vinto. Mi fa ridere chi lo definisce difensivista. La sua Juve giocava con Boniek, Platini, Tardelli, Paolo Rossi, Cabrini, Vignola… E all’Inter, c’erano sempre almeno due punte e altri due-tre giocatori d’attacco. No, grande allenatore, grande anche nella gestione di tutti questi campioni. Perché se alleni l’Inter o la Juve, devi anche saper gestire le varie situazioni che ti si presentano. Perché, diciamolo, tutti i giocatori sono uguali, ma… qualcuno più degli altri…

Se Zenga ti rientra alle 7 di mattina e alle 10 c’è allenamento, tu mister un occhio lo devi chiudere. Allora chiamava Castellini, l’allenatore dei portieri, gli strizzava l’occhio, Zenga riposava… E Matthaeus? Fuoriclasse vero, uno di quelli che si metteva la squadra in spalla. Certo, anche lui ogni tanto aveva le sue fughe, prendeva la macchina e rientrava quando rientrava. Che gli dici a uno così? Che devi fare come Mandorlini? No, dai…

Il tuo rapporto con il Trap, finito con un bigliettino…

…che conservo ancora. L’ultimo anno, avevo giocato poco, lasciavo l’Inter, se ne andava anche il mister. Ci siamo salutati, lui m’ha dato un biglietto, c’era scritto: “So che hai avuto poco spazio e ci sei stato male. Capirai tutto quando diventerai allenatore e vivrai certe situazioni da un’altra prospettiva.

Il tempo passa, ma Verona gli resta dentro. Gli brillano gli occhi, ne parla senza un filo di polemica.

Ma a un certo punto ho pensato davvero che la storia potesse non finire mai. Troppo bella, troppo forte, troppo tutto. Dalla C alla A, sembrava un sogno. E poi, il rapporto con la gente, col presidente Martinelli, tutto bellissimo. Forse dovevo andar via dopo il secondo anno di A, avevamo fatto 100 punti in due anni, era difficile pensare di migliorare. Ma lì ho ascoltato il cuore, avevo un’offerta seria, ma non me la sono sentita. Poi, è successo quello che è successo, ma niente e nessuno potrà mai togliermi quello che ho vissuto a Verona.