Livio Luppi: «Eravamo un Verona povero ma bello, fatto di valori veri»
di Redazione | 13 Novembre 2025Livio Luppi è uno di quei centravanti che hanno attraversato gli anni Settanta lasciando una scia di gol, coraggio e storie che ancora oggi sembrano vive. Nato a Mirandola nel 1948 e lanciato giovanissimo in Serie A dal Messina, ha indossato maglie importanti come Torino, Genoa e Modena. Ma è soprattutto con l’Hellas Verona che ha costruito il legame più profondo: 158 presenze e 34 gol. Attaccante rapido, tecnico, capace di decidere partite in “zona Cesarini” e due volte premiato dal Guerin Sportivo, Luppi è stato ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon nel format Palla Lunga e Raccontare, dove ha ripercorso la sua carriera e quel Verona “povero ma bello” che continua a emozionare generazioni diverse. Storie di un tempo felice. Di un Verona felice.
Livio Luppi da Mirandola, di quel Verona era il centravanti. Quando i numeri contavano ancora qualcosa. Il 9 era il 9, era quasi sempre suo.
Tira via il “quasi” ( ride Luppi, NdR ) Ogni anno, in estate, sui giornali facevano la formazione tipo e io non c’ero mai. Un anno era titolare Jacomuzzi, poi Macchi, poi Petrini… Alla fine, giocavo sempre io.
Zigoni racconta che fosse lui “…a far giocare Livio. Perché con Livio mi trovavo a occhi chiusi e allora andavo dal mister e gli dicevo: deve giocare Livio”. Luppi sorride.
Il mio amico Gianfranco, io lo capivo davvero al volo. Magari ho fatto fatica all’inizio, perché lui aveva delle finte e dei movimenti da grande giocatore. E se non lo capivi subito, sapete com’era: alzava le braccia e guardava il pubblico, così il “colpevole” eri tu. Poi, quando sapevi che finta ti faceva, eri a posto…
Livio Luppi da Mirandola, anni ’70: un Verona povero ma bello, un Verona che ancora fa sognare.
Io credo che fossimo proprio una bella squadra. Fatta di grandi giocatori, che sarebbero forti anche oggi, ma fatta soprattutto di amicizia. Di valori forti. Di amore per la maglia. Di cose che forse oggi si sono perdute e contano molto meno. Per questo, la gente si ricorda di quella squadra. Perché noi giocavamo per la gente, eravamo vicini ai tifosi, anche quando protestavano perché i risultati non arrivavano.
E se i risultati non arrivavano, “Don” Saverio – il presidente – non la mandava a dire. L’imitazione di Luppi è uno spasso.
Garonzi arrivava negli spogliatoi, diceva a Cadè: “Mister, anca parlo mi, lu el staga pure fora”. E lì cominciava: “ ma ti, Pissabala, qualche volta te pol far ‘na parata? E ti, Nanni, no te te sporchi mai, ma che difensor sèto? E ti, Luppi, qualche gol te pol farlo o no?”. E finiva regolarmente con Zigoni: “Zigo, basta tocarte i cavei, in campo pensa a zugar.” Uno spettacolo, Garonzi. Uomini così mancano al calcio di oggi, sarebbero ancora unici. Gente che aveva passione, che aveva nel cuore il Verona. Uomini che hanno fatto storia e che avevano una cosa, soprattutto, che oggi è quasi scomparsa: l’umanità. Ci potevi litigare, potevi discutere ogni anno per l’ingaggio, ma poi sapevi che al momento buono sarebbero stati lì con te…
A proposito, Luppi racconta anche questo aneddoto:
Un giorno, don Saverio ci fa la solita sfuriata, poi esce sbattendo la porta. Un attimo dopo torna dentro: noi pensiamo voglia rincarare la dose e invece fa: “Butèi, dove zughem domenica?”. Lui non se lo ricordava neanche. “A Napoli”, gli diciamo. “Beh, se vensemo, premio doppio”. Don Saverio era fatto così.


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