Faustino Coppi - Fausto Coppi Jr

Faustino Coppi: «Mio padre ebbe il coraggio di vivere un amore proibito»

di Redazione | 28 Ottobre 2025

Fausto Coppi è stato uno dei simboli assoluti dello sport italiano. Il Campionissimo, l’Airone, l’uomo che ha cambiato per sempre il ciclismo con il suo stile elegante e la sua determinazione.
Nato nel 1919 a Castellania, in provincia di Alessandria, ha conquistato cinque Giri d’Italia, due Tour de France e un titolo mondiale, costruendo una leggenda che continua a vivere nel tempo. A Palla Lunga e Raccontare, su Radio Adige TV, Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon hanno ripercorso la sua figura attraverso le parole del figlio Faustino Coppi, nato a Buenos Aires nel 1955 e oggi imprenditore nel settore edile: un uomo riservato, ma ancora profondamente legato al ricordo del padre.

Che ricordi hai di lui da bambino?
Quando mio padre è mancato avevo quattro anni, ma conservo immagini molto vive: un papà buono, premuroso, che giocava con me e mi portava regali dalle corse. Ricordo soprattutto il giorno in cui mi insegnò ad andare in bicicletta: mi tolse le rotelline e mi lasciò andare, sicuro che ce l’avrei fatta. Oggi quel ricordo si lega a un episodio con mio figlio Andrea: a tre anni gli tolsi le rotelle dopo aver visto un suo amico pedalare da solo. Mi bastò tenerlo un secondo, e partì senza cadere.

Ti è mai pesato portare un nome così famoso?
No, ci sono nato. Fin da bambino sentivo parlare di mio padre, ma non mi sono mai reso conto di quanto fosse grande. Crescendo ho capito che portare il suo nome è una cosa bella, perché ovunque vai la gente ti riconosce e lo ricorda con affetto. Una volta un amico venne a giocare a casa mia e mi chiese: “Cosa fa tuo papà?”. Io risposi: “Fa il campione del mondo”. Anni dopo me lo ha ricordato ridendo: allora non sapeva nemmeno cosa volesse dire.

Molti lo descrivevano come un uomo malinconico. Tu che immagine hai?
Non era una persona triste, ma riservata. Gli piaceva stare in compagnia, ridere e scherzare con gli amici, ma non si abbandonava mai a grandi esultanze. Anche nelle corse sembrava vincere in silenzio, perché teneva le emozioni per sé. Era un uomo discreto, ma affettuoso e allegro con chi gli stava vicino.

Gino Bartali è stato uno storico rivale e amico di tuo padre. Che rapporto avevi con la sua famiglia?
Ero molto amico di Andrea Bartali, il figlio di Gino. Abbiamo condiviso diversi Giri d’Italia, non in bicicletta, ma sull’ammiraglia, e tante serate piacevoli. Era un gran parlatore, il contrario di me, e aveva una memoria incredibile di quelle corse. Quando cominciava a raccontare, mi batteva sempre.

Tua madre, Giulia Occhini, è stata il secondo matrimonio di tuo padre. Come hai vissuto, da figlio, quella storia familiare che all’epoca suscitò tanto scandalo?
Mio padre ebbe il coraggio di vivere un amore proibito con mia madre, in un’Italia in cui tutto era scandalo. Allora quell’amore era considerato adulterio: mia madre fu perfino incarcerata per “abbandono del tetto coniugale” e a lui ritirarono il passaporto. Era un’altra epoca, e ci voleva davvero forza per seguire il cuore. Solo dopo ho capito quanto fosse difficile quella scelta. Sono nato in Argentina, ma in Italia per anni non risultai legalmente figlio di Fausto Coppi. A vent’anni, dopo un lungo iter, arrivarono il disconoscimento del primo marito di mia madre e poi il riconoscimento di paternità. Fortunatamente all’estero avevo sempre avuto i documenti giusti. Quando scoprii tutta la vicenda fu doloroso: mi ero sempre sentito parte di una famiglia normale, con un padre e una madre insieme.

Che ricordo hai di tua madre?
Mia madre ha vissuto sempre nel ricordo di mio padre. Ogni giorno raccontava un episodio, un viaggio, una corsa. Quando è mancata, ho avuto la sensazione di perderlo una seconda volta. È stata una grande donna, discreta come lui, ma con una forza straordinaria.

Hai scritto un libro dedicato a tuo padre. Come è nato?
L’idea è venuta a un amico giornalista italo-francese, Salvatore Lombardo. Mi invitò in Provenza per far parte di una giuria che doveva eleggere la bici dell’anno. Alla fine della giornata mi disse: “Perché non scriviamo un libro su tuo papà?”. All’inizio ero titubante: di libri su di lui ne erano già usciti tanti e non mi sentivo all’altezza. Ma Salvatore insistette e, alla fine, accettai. Ha fatto davvero un gran bel lavoro: il libro, in realtà, è più suo che mio, perché è stato lui a tirarmi fuori ricordi che forse neppure io volevo dire. Il volume si intitola Lettere a mio padre: l’ho scritto come se gli parlassi oggi, raccontandogli le mie emozioni, le sue amicizie, i suoi gregari, le vittorie e i momenti di famiglia.

Cosa rappresenta oggi il ciclismo per un giovane?
Il ciclismo è una scuola di vita, come lo era ai tempi di mio padre. Insegna la sofferenza, l’abnegazione e la voglia di riscatto. Dopo la guerra, lo sport era una forma di rinascita, un modo per rialzarsi e ricominciare. Oggi i tempi sono cambiati: si trovano meno persone disposte a fare fatica, o che si fermano al primo successo. Ma lo spirito del ciclismo è sempre lo stesso: dare tutto, anche quando sembra impossibile.