Piero Gros: «Senza lo sci, probabilmente sarei diventato falegname»
di Redazione | 9 Ottobre 2025Piero Gros è una delle figure più iconiche dello sci alpino italiano. Nato a Sauze d’Oulx, in provincia di Torino, nel 1954, è stato uno dei protagonisti della “Valanga Azzurra”, la leggendaria squadra italiana di sci alpino degli anni ’70. Nella sua carriera ha vinto un oro olimpico, una Coppa del Mondo assoluta, una di specialità, un argento e un bronzo ai Mondiali, e ben 12 vittorie in Coppa del Mondo. Di questi traguardi e molto altro ha parlato con i giornalisti Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon nella prima puntata di “Palla Lunga e Raccontare” su Radio Adige TV.
Sei entrato in nazionale a soli 16 anni. Cosa hai provato quando ti hanno convocato?
Entrare in nazionale a 16 anni è stata un’emozione indescrivibile. Quando ricevi la tuta con la scritta “Italia”, senti di rappresentare qualcosa di molto grande, la tua nazione. Questa connessione con il tuo paese ti dà un grandissimo orgoglio, che ti spinge ad andare oltre in allenamento e durante le competizioni.
Che cosa rappresenta per te il sacrificio nello sport?
Il termine “sacrificio” non mi piace tanto, lo trovo riduttivo. Lo sport è passione, è ciò che ami fare, ed è molto di più di un semplice sacrificio. Lo fai per te stesso, per la gioia che ti dà. Non sempre si vince, anzi, spesso si perde, ed è giusto così. Lo sport è confronto, e ogni giorno trovi qualcuno che è più bravo di te. Io ho vinto la maggior parte dei miei titoli dai 18 ai 22 anni, ma poi sono arrivati atleti come Stenmark e Girardelli. Ho dovuto reinventarmi, imparare a fare fatica e ad accettare le sconfitte. Ma è proprio questo il bello: impari, cresci, ti metti alla prova. Se non ci fosse questo, lo sci, così come lo sport, non sarebbe nulla.
Cosa pensi della rivalità?
La rivalità è sana e fa parte del gioco, ma deve esserci anche il rispetto reciproco. Quando vedo atleti che litigano, proprio non li capisco. Lo sport deve insegnare l’amicizia, il rispetto per l’avversario. Io sono dirigente di uno sci club e, quando parlo con i giovani atleti, cerco sempre di trasmettere loro l’importanza di queste qualità. Senza avversari, non siamo nulla. E la rivalità deve essere sempre sana, per il bene dello sport.
Quanto è stato importante per te la figura del tuo rivale storico Gustav Thöni?
Gustav è stato uno dei più grandi sciatori di sempre. Un figura fondamentale per la mia crescita. Lui era sempre il primo ad arrivare ad allenamento e l’ultimo ad andare via, un esempio per tutti. Volevo batterlo sì, ma volevo farlo con rispetto. La competizione tra noi due è sempre stata sana e ci ha spinti a migliorare. La nostra esperienza assieme, sia come rivali che come compagni in nazionale è stata qualcosa di unico.
Cosa ti ha dato lo sport nella tua carriera?
Lo sport ti dà molto, ma chiede anche altrettanto: è una continua altalena di successi e fallimenti. Nel 1974 ho perso un Mondiale, eppure due anni dopo ho vinto l’oro olimpico a Innsbruck. L’importante è saper cogliere i momenti giusti, anche se sono pochi. Il mio sogno era l’Olimpiade, ed è stato stupendo vincere lì. Quando sono salito sul palco delle premiazioni mi sono sentito profondamente orgoglioso e appagato dopo tutte le fatiche e difficoltà avute.
Come vedi oggi il ruolo dei genitori nell’attività sportiva dei giovani?
Ai miei tempi i genitori non avevano le risorse economiche né il tempo per seguire i figli come oggi. Ora ci sono più genitori che atleti durante le competizioni, e questo può creare confusione. È giusto che un genitore goda dei successi del figlio, ma quando si entra nel professionismo, il genitore deve rimanere fuori. Gli atleti devono essere seguiti da professionisti, che hanno le competenze per guidarli nel modo migliore.
Sei sempre stato orientato alla carriera sportiva fin da giovane?
No, a dire la verità, non pensavo di diventare un campione di sci. Dopo la terza media, mio padre mi disse che avrei dovuto scegliere tra studiare o lavorare. Io ho deciso di andare a lavorare. Poi, nel giro di poco, sono entrato in nazionale e da lì è iniziato tutto. Probabilmente, se non fossi diventato sciatore, sarei diventato carpentiere o falegname.
Nella prima puntata di Palla Lunga e Raccontare, Serena Mizzon e Raffaele Tomelleri hanno ospitato non solo Piero Gros, ma anche l’ex-calciatore Roberto Boninsegna, e i protagonisti del Verona Campione d’Italia, Fanna, Tricella e Volpati.
Palla Lunga e Raccontare va in onda ogni lunedì alle 21 su Radio Adige TV.


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