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Alfredo Arias: «Scappai dall’Argentina negli anni ’70. Ora racconto la nostra epoca a teatro»

di Alice Martini | 16 Luglio 2025

Per la prima volta a Verona, ospite dell’ultimo appuntamento con la prosa al Teatro Romano per Estate Teatrale Veronese, è il regista argentino naturalizzato francese Alfredo Arias. Classe 1944, porterà in scena giovedì 24 e venerdì 25 luglio alle 21.15, una delle opere più simboliche e misteriose del repertorio elisabettiano, La Tempesta, in una nuova proposta dopo la sua prima versione del 1968 nell’ambito del Festival di Avignone. Questa nuova coproduzione è firmata Teatro Stabile di Catania, Marche Teatro e Teatro Menotti.

Come nasce la sua carriera?

Ho cominciato come performer e espositore in galleria per arte contemporanea, come “artista plastico” come si dice nel mio paese. Questo mi ha condotto naturalmente in teatro dove ho diretto un primo spettacolo e da quel momento questa disciplina ha prevalso. Con la terribile dittatura militare che cominciava a vigere in quegli anni in Argentina, ho dovuto prendere la decisione di andarmene e sono così arrivato a Parigi agli inizi degli anni ‘70.

Come si è trovato in Francia?

Sono arrivato a Parigi e lì sono stato invitato dall’autore argentino Copi, che già viveva in Francia, a mettere in scena la sua scrittura di Eva Peron che ha fatto molto “rumore” in Argentina, avendo io messo un attore uomo ad interpretare la protagonista. Fu commesso un attentato nel teatro e da lì partì un immediato contatto con il pubblico perché le persone volevano capire cosa avesse scatenato questa commozione. Lì partì la mia creatività e il mio percorso in Francia.

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PH Leandro Allochis

Una lunga carriera che ha vissuto anche come responsabilità.

Il mio percorso ha seguito una traiettoria di creatività che è stata anche drammatica, perché l’arte coinvolge la tua ideologia, la politica, il momento che si vive nel contemporaneo e quindi non è solo fare spettacoli, il nostro ruolo è anche vivere e attraversare la nostra epoca provando a raccontarla. Ho seguito una linea, cercando di mantenerla coerente, ma che fosse con una voce e una libertà personale.

Parliamo dallo spettacolo. Ci racconti “La Tempesta

È un testo molto importante per l’opera di Shakespeare, che ha nel racconto una sorta di magia e un messaggio importante da trasmetterci: il perdono verso noi stessi e gli altri per tutto ciò che di “oscuro” accade nella nostra vita. Uno spettacolo pieno di sfumature e ricco di bellezza poetica, con molti “colori” ed è assolutamente affascinante la sua varietà di momenti di teatro. 

Perché è così importante questo testo?

Essendo considerato l’ultimo testo interamente scritto da Shakespeare, è per me l’essenza di tutte le forze drammatiche e magiche che racchiudono le opere del “Bardo”. 

Quale sarà la sua firma a questa nuova rappresentazione?

La novità che ho portato non è stata modernizzare la visione dell’epoca, ma l’avvicinamento “interno” dell’opera, senza travestirlo ai tempi moderni. La scena si svolgerà tutta all’interno di un labirinto, quindi è tutto molto più metafisico, in una rappresentazione della creatività di Prospero, il protagonista della storia. Il mio avvicinamento è stato dare forza alle idee del testo. Posso dire che il risultato rimane un gioiello teatrale.

Che emozione prova per la prima volta a Verona?

Per la prima volta sarò a Verona e scoprirò il Teatro Romano. Per me è molto stimolante essere coinvolto in un festival dedicato completamente a Shakespeare e poter contribuire con anche il mio pensiero è straordinario. Ho già fatto La Tempesta molto tempo fa, al Festival di Avignone nel 1968, luogo altrettanto magico e trovarsi in questi posti unici è emozionante.

C’è un momento particolare della sua carriera che ricorda con affetto?

Ho avuto la fortuna di provare tantissime esperienze nel mio lavoro, tanto che è difficile poterne ricordare solo uno. In Italia però, per esempio, è stato straordinario presentare al Festival di Napoli il testo Circo equestre Sgueglia di Raffaele Viviani perché sono arrivato a commuovermi nel lavorare in lingua napoletana. Non potevo di immaginare di poter lavorare in questa lingua e poter provare un’emozione così grande nell’interpretare questa “musicalità”.

Qual è il collega con cui ha stretto il legame più forte? 

Un rapporto di creatività importante è stato con Nicola Piovani, per lo spettacolo Concha Bonita, perché ho avuto l’occasione anche di portarlo in molte serate in Italia. Anche se poi nella mia lunga carriera, che da cinquant’anni ho principalmente vissuto in Francia, ho avuto la fortuna di conoscere tantissimi artisti straordinari prima in Argentina e poi in tutta Europa.