Carla Collesei

Carla Collesei “ci mette la testa”

di Daniela Cavallo | 4 Maggio 2025
Verona ha molti artisti contemporanei di cui è culla, dovremmo parlarne più spesso, Carla Collesei tra questi: classe 1947, Bellunese di nascita, a Verona vive da molti anni e ha reso ricco, con le sue poesie e con le sue sculture, il panorama culturale artistico della nostra città.

Non dovremmo avere bisogno di un evento per parlare di arte e di artisti, dovrebbe essere fatto quotidiano, perché di artisti ce ne sono tanti. Anche a Verona.

Carla Collesei è una di loro. Nasce con la poesia, maneggiando parole che diventano suoni e versi, e strada facendo «mette le mani in pasta», modella l’argilla affascinata dal volto come espressione dell’anima. Molti libri e molte mostre, installazioni ed eventi, in molti territori, così, del “fare” Carla coglie l’essenza, quel poiein greco da cui deriva la parola “poesia”, il “fare con arte” per eccellenza, portando avanti versi e volti, raccogliendo dalla terra storie, racconti, spiritualità e magie.

Tra i volti d’argilla, quasi tutti femminili, c’è sempre il suo, riconoscibile per i capelli con quel caschetto anni Cinquanta che incornicia il viso, e si riproduce più volte, come se volesse uscire da sé e diventare altro, diventare ognuno, diventare “persona”. Volti femminili ancestrali, “antenate” primordiali ed essenziali di una femmina che è madre di tutti questi volti, specchi vuoti che ognuno può riempire. Questione di identità che arriva guardando l’altro, dunque trovare nell’altro se stessi.

La parola “Persona” deriva dal latino e, a sua volta, dall’etrusco phersu che originariamente indicava una maschera teatrale, in greco è l’equivalente di pròsopon che fa riferimento all’interpretazione di un ruolo, e letteralmente vuol dire “davanti ai miei occhi”, come se fosse l’altro a dare il riconoscimento di chi sono. Questo, ha colto Carla Collesei, le sue “teste” femminili sono ogni altra che ci è davanti, che è portatrice di ognuna di noi, in un mondo elegantemente femminile.

Una bella riflessione da fare sull’identità, che pensiamo sempre sia “nostra”, come forma di possesso, come per i territori, le città, invece è l’appartenenza che dobbiamo ricercare nei volti e nei luoghi.

Persona era una maschera di legno portata in scena dagli attori nei teatri dell’antica Grecia, sulla quale i tratti del viso erano esagerati perché meglio potessero essere visti dagli spettatori, e la bocca fatta in modo da rafforzare il suono della voce. Poi Persona divenne l’individuo rappresentato sulla scena che oggi indichiamo con Personaggio, ma “persona” vuol dire Per sè unum, l’identità come singolarità dell’individuo che riusciamo a cogliere solo se siamo con gli altri.

Da qui il popolo delle “teste” in argilla di Carla Collesei: dobbiamo metterci la faccia, la testa per essere, per vivere come individui sociali, per essere comunità senza perdere la singolarità.

Platone diceva: «Se con la parte migliore del tuo occhio guardi la parte migliore dell’occhio dell’altro, vedi te stesso». Nel mondo greco sono gli altri che ti danno l’identità, ciò che ci suggerisce Carla Collesei anche per il nostro tempo, non solo, ma dovremmo imparare ad avere l’arte nel nostro quotidiano per educarci a riflettere, come lo scrittore turco Orhan Pamuk suggerisce: «Il futuro dei musei è dentro le nostre case».