Samuel Aldegheri: «Il mio sogno americano»
di Valentina Ceriani | 12 Dicembre 2024Nell’Enciclopedia Treccani, sotto la voce “infinito” si legge: «che non termina, che si protrae senza limiti». È davvero senza limiti la passione, l’ambizione e il coraggio con cui Samuel Aldegheri affronta ogni giorno il mondo del baseball professionistico. Classe 2001, originario di San Martino Buon Albergo e oggi lanciatore per i Los Angeles Angels, Aldegheri ci tiene però a ricordare che, prima di tutto, è stato un bambino che «imitava il fratello e tirava palline contro il muro di casa».
Com’è nata la tua passione per il baseball e quali sono stati i primi passi in questo mondo?
Io avrei dovuto giocare a calcio, in realtà, perché anche mio padre giocava a calcio. A casa mia abbiamo iniziato a respirare il baseball grazie a mio fratello maggiore, che voleva provare uno sport diverso. E io, da bravo fratello minore, l’ho emulato (ride, NdR).

Parliamo del tuo presente negli USA. Quali sfide hai affrontato nel passaggio dal baseball italiano a quello statunitense?
Sono arrivato negli Stati Uniti a 17 anni e dopo il primo allenamento ho realizzato quanto fosse un mondo completamente diverso da quello a cui ero abituato. Gli allenamenti duravano tutta la giornata e non erano nella mia madrelingua. Ero spaventato, tanto che tornato in hotel dissi ai miei genitori: “Io non so se ce la faccio”. Con il loro aiuto, però, ho capito la fortuna che avevo a trovarmi lì in quel momento e sono andato avanti, ma non è stato comunque facile. I salari non erano quelli di adesso e nel 2021 per ammortizzare l’affitto dividevo l’appartamento con altre cinque persone dormendo sul divano. In quel periodo ho anche avuto due infortuni che mi hanno tenuto fermo per quasi due stagioni. Ero sul punto di mollare di nuovo, ma anche quella volta mi sono ricordato della grande fortuna che avevo e ho tenuto duro. Ad aiutarmi è stato anche il supporto dei miei compagni di squadra, con cui ho legato e con cui ho instaurato dei bellissimi rapporti. Questo mi ha aiutato soprattutto nei momenti più complicati.
Arriviamo poi al 30 agosto 2024, quando hai debuttato in Major League contro i Seattle Mariners, il primo lanciatore nato e cresciuto in Italia a raggiungere questo traguardo. Una bella responsabilità, ma anche una grande soddisfazione.
È stata un’esperienza unica. Erano presenti anche i miei genitori e la mia compagna: mi hanno raccontato loro della partita, perché io tuttora non ho dei ricordi molto vividi. Ero tesissimo, non avevo dormito, non capivo se stesse succedendo proprio a me.

Quanta preparazione, fisica e mentale, c’è dietro a un campionato del genere?
Ho iniziato a lavorare durissimo, anche durante la pausa invernale, sin dal mio arrivo negli USA. Sono stati cinque anni intensissimi, anche a livello mentale. Non è stato facile il distacco dalla famiglia e mi manca l’estate italiana, dato che la MLB si gioca in estate. Ma sono consapevole dei sacrifici che ho fatto, è una mia scelta e non mi pento di niente.
E il cibo italiano, invece, ti manca?
Questo è un tasto dolente (ride, Ndr)! In alcuni posti ho mangiato una buona pizza, ma sulla pasta c’è ancora da lavorare.
Quali sono i tuoi obiettivi a breve e lungo termine?
A breve termine vorrei rientrare nella prima squadra. Ampliando un po’ lo sguardo, vorrei giocare in Major il più a lungo possibile e con la nazionale mi piacerebbe arrivare al Mondiale del 2026 e alle Olimpiadi di Los Angeles nel 2028.
Che consigli daresti ai giovanissimi che aspirano a una carriera nel baseball professionistico?
Di credere sempre nei propri sogni, non arrendersi e non scoraggiarsi mai. I ragazzini che mi incontrano tendono a “mitizzarmi” – passami il termine – ma il messaggio che voglio far trasparire è che io sono partito esattamente come loro. La mia è un’opportunità che può capitare a tutti: bisogna lavorare sodo e continuare a crederci fino in fondo.



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