Il clima sta cambiando?
di Redazione | 15 Febbraio 2014Nubifragi con risultati disastrosi, un inverno che fatica ad arrivare, cannoni sparaneve sempre in funzione per sopperire alla mancanza di precipitazioni nevose naturali, temperature in rialzo e molto altro ancora. Il clima sta veramente cambiando? Ne abbiamo discusso con Matteo Zampieri, esperto di meteorologia e cambiamenti climatici.
Forse non è proprio vero che “il battito d’ali di una farfalla può scatenare uragani dall’altra parte del mondo”, come diceva Ray Bradbury nel suo Rumore di Tuono (era il 1952), ma che siano in atto fenomeni ascrivibili sotto alla denominazione di “cambiamenti climatici” non c’è nessun dubbio.
L’inverno 2014, fino a questo momento, di inverno ha avuto ben poco. La nostra Verona è scesa sotto lo zero solamente per una ventina di giorni da novembre ad oggi (28 gennaio), e seppure i “giorni della merla” abbasseranno il trend, è evidente che non si tratta di un inverno freddo.
Fino a qui, poco di anomalo, nel senso che siamo tutti abituati ad avere inverni più o meno freddi ed estati più o meno calde. Ma allora perché si parla insistentemente di alterazioni climatiche?
A suscitare l’attenzione anche dei “profani” sul tema climatico sono stati i recenti avvenimenti catastrofici che hanno interessato l’Italia. La lista è lunga e gli eventi registrati ad intervalli sempre più stretti: l’alluvione in Veneto nel 2010, le frane e gli smottamenti alle Cinque Terre nell’ottobre 2012, le esondazioni, nel veronese, del progno di Montorio e Mezzane della scorsa primavera, e ancora l’alluvione in Sardegna (novembre 2013), quella di Modena lo scorso 19 gennaio, e il treno deragliato sulla costa ligure in direzione della Francia, ad Andora (Ventimiglia) qualche giorno prima. In realtà «questi avvenimenti eccezionali, non si possono attribuire statisticamente al cambiamento climatico, potrebbero infatti essere possibili anche in un contesto di clima stazionario». A sostenerlo è Matteo Zampieri, ricercatore veronese nel campo atmosferico e climatico. «Per dimostrare queste connessioni, occorrerebbero delle serie temporali di dati osservati e registrati sul lungo e lunghissimo periodo che spesso non sono disponibili».
Ma allora inverni come quello che stiamo vivendo, decisamente più caldi rispetto alle medie stagionali, sono la dimostrazione di un cambiamento in atto o solo frutto di una casualità?
Gli scienziati sono sicuri: ci stiamo scaldando.
Sono tante le organizzazioni mondiali e nazionali che monitorano quotidianamente il riscaldamento della terra. L’IPCC, acronimo per Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico), è probabilmente la fonte più attendibile. Questo pool di cervelloni con la testa “fra le nuvole” si riunisce con cadenza settenale per studiare il riscaldamento globale e condividere risultati di ricerche e studi. A capo di questo progetto internazionale vi sono le Nazioni Unite che crearono l’IPCC nel 1988 per volere dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) e del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).
Guarda caso, l’ultimo report dell’IPCC è uscito proprio in questo periodo e dai dati riportati non vi è spazio per i dubbi: l’atmosfera e l’oceano si sono significativamente riscaldati, la quantità di neve e ghiacci è diminuita, il livello del mare è cresciuto, la concentrazione di gas serra è aumentata. Insomma, il sistema climatico globale sta cambiando. Rispetto alla seconda metà del secolo scorso molte delle variazioni osservate non hanno precedenti su scale di millenni.
Ma il cambiamento è lento, non radicale. «Gli eventi estremi che ci vengono mostrati alla televisione, siano essi in Italia, in Europa, nelle Filippine o negli Stati Uniti» sottolinea il dott. Zampieri, «sono efficaci per impressionare l’opinione pubblica». Forse aiutano a diffondere la cultura del cambiamento climatico, ma «non si tratta di fenomeni correlati. Gli eventi alluvionali italiani, ad esempio, possono dipendere anche dalla capacità dei terreni di assorbire acqua, e quindi sono collegati a cambiamenti dei terreni e non solo del clima».
L’unica spiegazione plausibile per un aumento della temperatura mondiale è l’aumento dei gas serra (CO2 in modo particolare) nell’atmosfera terrestre. A noi giovani lo ripetono costantemente da quando siamo alle scuole elementari, eppure facciamo fatica a percepirlo come un problema. Sembra un’ipotesi distante. Ma è la realtà.
Lo afferma anche il NOAA (l’Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosterica) degli Stati Uniti, che lo scorso novembre 2013 ha registrato un calore medio di riscaldamento di terra e oceani superiore a tutti quelli registrati nei 134 anni in cui questo dato è stato registrato. Ma se consideriamo il dato singolo, appare irrisorio: 0.7°C sopra la media del ventesimo secolo, fissata sui 12.9°C. Cosa cambieranno mai 0.7°C in più in un mese?
È ancora il dott. Zampieri che ci viene in aiuto: «il pensiero comune è che qualche grado di differenza non cambi poi molto. Proviamo però a pensare all’agricoltura. Se alzassimo di circa 2°C o 3°C le medie di alcune zone della Germania, allora quelle zone diverrebbero buone per coltivare la vite, e quindi per proporre sul mercato prodotti concorrenti a quelli che fino ad oggi sono producibili solo in Italia, sulle nostre colline, grazie al clima unico e irripetibile che abbiamo qui».
Chiaramente si tratta di una conseguenza molto piccola se la confrontiamo con i cambiamenti dell’ecosistema, la proliferazione di animali o batteri che non dovrebbero essere presenti in una determinata zona e così via. Si tratta però di un esempio che ci tocca da vicino, e ci obbliga a considerare l’attualità e l’urgenza di questi fenomeni.
Il Veneto e Verona
«La nostra regione è inclusa nei confini di tre aree climatologicamente diverse: l’Italia centrale, la regione Alpina e i Balcani. L’aumento di temperatura in questa zona» sottolinea il dott. Zampieri, «secondo uno studio da me condotto nel 2010, è di +3°C in inverno e +5°C in estate, connesso ad una riduzione della precipitazione estiva nelle regioni Mediterranee. Basta chiedere ai nostri agricoltori, che si saranno resi conto che dagli anni Novanta ad oggi, la vite e l’ulivo si possono piantare a quote sempre più alte».
Che un cambiamento sia tuttora in corso lo si può notare se confrontiamo i dati medi delle temperature nel mese di dicembre 2013 con quelli degli anni precedenti. Se andando a ritroso sino al 2006 le differenze sono sporadiche, una tendenza di riscaldamento è confermata se andiamo a pescare i dati degli anni Ottanta (in tabella 1986) e Settanta (in tabella 1976). In questo caso la variazione è effettivamente visibile.
A dimostrare che la linea delle stagioni si sta spostando, è anche la misurazione delle precipitazioni nevose sulla nostra montagna (Malga San Giorgio), come dalla tabella qui a fianco strutturata a partire da uno studio di Matteo Zampieri del 2012.
Prendiamo ad esempio la montagna di Verona, ma la neve naturale anche sulle piste da sci dolomitiche, arriva leggermente sempre più in ritardo. Come per la temperatura, le reali variazioni tra un anno e l’altro sono così piccole che spesso la nostra percezione è differente, perché ricordiamo un singolo evento piuttosto che l’intera stagione. «Quello che è certo» continua il dott. Zampieri, «è che la neve invernale a San Giorgio si è ridotta rispetto agli anni Ottanta».
Soluzioni: ci sono?
È chiaro che in questo contesto la battaglia sembra persa in partenza. Il cambiamento del clima è un pericolo che non tutti avvertono sulla propria pelle, perché non è visibile. Avvicinarlo ad eventi catastrofici, seppur non correlabili, aiuta solo nel momento in cui ci facciamo impressionare davanti alla tv. Ma c’è qualcosa che possiamo fare per rallentare il riscaldamento globale?
«Dobbiamo tenere presente che i cambiamenti climatici sono tendenzialmente nocivi per la maggior parte della popolazione mondiale» conclude il dott. Zampieri, «e seppure noi viviamo in una zona relativamente tranquilla, ci rendiamo conto che rispetto a trenta o quarant’anni fa le cose sono cambiate. Per scongiurare che questo fenomeno acceleri dobbiamo valorizzare il nostro territorio e preservarlo». Limitare l’emissione di gas serra parte dalle abitudini quotidiane: gli spostamenti in auto, il riscaldamento in casa, l’utilizzo di prodotti chimici per la coltivazione e così via. Serve, ovviamente, l’impegno di tutti ed è fondamentale la formazione delle giovani generazioni.
Nel mese di novembre 2013 si sono registrate le medie più alte degli ultimi 134 anni
Inverni caldi come quello che stiamo vivendo sono frutto di un cambiamento o di casualità?


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