Prima era lo studio, poi la casa, infine l’archivio
di Daniela Cavallo | 31 Maggio 2023Indossare lo spazio, vestirsi di forme e colori, di funzioni, di emozioni sempre in continua evoluzione, cambiando le relazioni che fanno diventare lo spazio luogo e facendo continuare a vivere l’arte in uno spirito che diventa carattere.
Come l’identità, anche l’abitare è un concetto in continua trasformazione, si muove, vive. Prima era lo studio: tele e fogli sparsi ovunque, di centinaia di misure diverse, dal piccolissimo al grandissimo, l’uno e il tutto dove alla misura si contrapponeva l’ordine, anzi il disordine; uno studio d’artista è spesso la parte visibile del primo principio della termodinamica, il luogo stesso diventa un’unica tela.
Poi la casa: accade spesso che alla morte di una persona cara quel luogo, qualsiasi funzione avesse, abbia una spinta endogena al cambiamento, soprattutto se è stato luogo d’infanzia, di apprendimento, di giochi e di affetti, non lo si può abbandonare, così gli si affida un nuovo ordine e dello spazio rinnovato ci si veste, lo si abita.

Infine l’archivio: termine greco antico “archeion", originariamente palazzo del governo, luogo dove si conservano le carte antiche, i documenti, ciò che può fare da testimone, qualcosa che ha in se della “casa” e dello “studio”, narra la vita vissuta.
Il filo che cuce questi luoghi è l’amore, un affetto profondo ed una riconoscenza, nel senso anche di nuova conoscenza, che spesso accade quando un genitore non c’è più ed il figlio suo malgrado deve mettere mano in quelle carte, o tele che siano, lasciate in eredità come testimonianza di vita vissuta, come figli, come fratelli e sorelle di cui avere cura. Perché l’amore è avere cura. Così il figlio ha preso l’eredità del padre per far si che altri ne possano godere, facendo un lavoro certosino di riordino, per misure, di catalogazione, per date, di emozioni, per colori.
Centinaia e centinaia di opere, secchiate di colori stanno dietro due porte scorrevole che nel corridoio si confondono con gli armadi a muro, si entra in un mondo incantato dove si torna bambini, si torna ad essere figli, per quella magia primordiale che l’arte sa mettere in atto. Se prima lo era il padre, oggi lo è il figlio, custode dell’identità, perché l’arte è come la vigna tenuta da Bacco su una barca nel Mediterraneo, dove mette radici lì è casa.
L’artista è Giorgio Olivieri (1937-2017) il figlio Stefano Olivieri l’archivista.



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