La bellezza negli occhi del meraviglioso
di Alice Martini | 13 Aprile 2024Un ponte tra le culture, che trova nel “piacere delle Cose Universali” e nel condividerle, per saperle apprezzare e comprendere, il suo scopo più importante. Ed ecco che la cornice dell’Università di Verona, nell’ospitare la dimostrazione pratica e teorica dell’antica arte del Noh, il tradizionale teatro giapponese, offerta da uno dei suoi più grandi interpreti viventi, il maestro Haruhisa Kawamura del Kawamura Noh Theater di Kyoto, diventa proprio esempio virtuoso di come l’arte possa avvicinare popoli molto diversi. Nell’incontro organizzato venerdì 15 marzo, dal professor Stefano Aloe, del dipartimento di Lingue e letterature straniere, con la collaborazione del regista Matteo Spiazzi e Nicola Pasqualicchio, docente di Discipline dello spettacolo, e Shin’ichi Murata della Sophia University di Tokyo, è stata di quest’ultimo la primaria e fondamentale introduzione al Noh, che si è fusa poi perfettamente con la successiva lezione-didattica del maestro Kawamura, per la prima volta in Italia e a Verona.
«Il teatro più antico del Giappone, la cui essenza è forse difficile oggi da comprendere, è comunque in grado di poter portare ad una nuova forma di “teatro del futuro”, perché molte rimangono le convenzioni teatrali che potrebbero essere applicate anche alla drammaturgia moderna – è l’analisi di Murata – nonché la presenza di elementi importanti: “l’imitazione della Natura delle cose”, “la Bellezza che si cela nel profondo delle cose” e “la Bellezza simbolica”. Ecco che la sua sintesi è un insieme di generi scenici unita a una stilizzazione unica della recitazione».

Un ricco excursus nella storia del Teatro Noh partendo anche dalle teorie di quello che ne è considerato il fondatore, l’attore e drammaturgo quattrocentesco Zeami. «Pace, Requiem per i morti e contatto con la Natura, sono i temi più importanti ed ecco perché ancora oggi dopo 700 anni il Teatro Noh risulta ancora moderno – ha spiegato il Maestro Kawamura – Ma a differenza delle principali opere europee, dove si conoscono il tema e la storia, il Teatro Noh vuol far conoscere i pensieri e i sentimenti dei personaggi, comprendendo la loro essenza. Il linguaggio è antico, per questo a volte difficile da comprendere, ma ciò che dicono i personaggi risulta sempre contemporaneo». Si tratta di un’arte teatrale che nasconde l’immagine dell’attore dietro una maschera, che priva l’attore del contatto con la realtà, e lo induce a trovare una gestualità ancora più ampia. «Nella maggior parte dei casi i personaggi sono fantasmi e per questo la gestualità è considerata anche spirituale, richiamando gesti quasi sacerdotali – è la ripresa di Murata – Il gesto, la voce, l’apparenza, sono le peculiarità del teatro Noh, con uno stile di interpretazione convenzionale perché i personaggi non parlano ma piuttosto danzano con un canone di movimenti stilizzati, per “entrare” nel personaggio e fondersi con lui, per porre lo spettatore davanti alla verità della vita. Un tema raggiunto infine anche dal teatro occidentale nel XIX secolo con il Metodo Stanislavkij».
Ecco che l’arte diventa così universale strumento per comprendere la realtà: «L’arte teatrale deve perciò essere interpretata perché il teatro sia Bellezza e Verità. Non specchio di vita ma sentimento ed esperienza umana, facendoci riflettere sul perché e come viviamo: il teatro Noh, per il suo approccio e visione del mondo, può aiutare ad avere un “nuovo” teatro, per il suo rapporto così diretto con il pubblico».


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