Raffaello Bassotto e il suo studio/archivio capolavoro
di Daniela Cavallo | 4 Luglio 2024Un vecchio palazzo, in quella parte di città che i francesi nel 1801, dopo il Trattato di Luneville che divise in due Verona, cominciarono a chiamare in modo dispregiativo “Veronette”, dove c’erano gli austriaci. Sai già che dietro la facciata ci sarà qualcosa di straordinario, perché è così in molti altri palazzi vicini apparentemente composti e sobri, con quell’aria malinconica e retrò, dove non è ancora passata la mano di qualche architetto o impresa a togliere i fantasmi, l’anima.
Il portone si apre su un androne affrescato (o forse tempere ottocentesche) e nella parte più in fondo un giardino: quell’idea di avere un piccolo pezzo di paradiso quotidiano “concluso”. Le decorazioni dipinte a finte architetture e statue alle pareti ti invitano a salire le scale, e in questa scenografia, dal pianerottolo si affaccia il protagonista del nostro incontro, come parte dell’opera: Raffaello Bassotto.

Vengono in mente gli affreschi di Villa Barbaro a Maser, dove Paolo Veronese gioca a far fare capolino tra le architetture dipinte coi padroni di casa: sapore veneto. Il sapore del luogo è di “casa”, di intimità, di entrare nella pancia della balena come fa Pinocchio, di sancta sanctorum del fare dell’artista o fotografo che sia; sì perché ti aspetti delle foto e ti ritrovi circondato da arte in tutte le sue forme di contaminazione. Raffaello Bassotto ci accoglie quasi incuriosito di questa visita, di un interesse che in fondo non si aspetta, anche se è un nome noto nel mondo della fotografia d’autore, non solo veronese.
Senza parole, restiamo sorpresi, meravigliati affascinati da un luogo che è tale per davvero, pieno di fili invisibili, come quelle fotocellule per cui ti devi muovere con molta attenzione, dove ogni oggetto, ogni arredo, il pavimento con le macchie di colore, le pareti con affreschi scialbati monocromi mai restaurati, il frigorifero anni cinquanta con sopra una fruttiera, il divano opaco di pelle nera, gli sgabelli arrugginiti, una lampada ricomposta a scanalature, un mobile d’archivio con sopra una casuale natura morta di oggetti di latta, tutto!, dialoga con fotografie che sembrano pitture, e tutto ciò che è frutto della creatività di colui che adesso a tutti gli effetti appare come artista, oltre la fotografia come tecnica, ma sguardo profondo nell’anima delle cose. Ci accorgiamo muti di avere di fronte qualcuno che ha scavato nell’anima del mondo e ce ne mostra i pezzi.
Con Andrea Pancino l’idea era quella di un’intervista, io con le parole, lui con le immagini, scoprire il mondo di Raffaello Bassotto, ma siamo rimasti scoperti noi, nudi, privi di difesa di fronte a questa tela di ragno fatta di bellezza e significati veri, profondi, intimi dell’arte nelle sue lingue molteplici. Finalmente.
Lo scambio è profondo, basta una nota perché la partitura del discorso sia subito cibo per le nostre menti e per il cuore, ed incipit per il nostro. Bassotto ci spiega questo suo mondo, fatto di una fotografia che non è più sufficiente e diventa collage papier con disegni, libri antichi, e intelligenza artificiale. Non puoi non notare la serie di “Ex voto” e reliquie che giureresti essere dipinti dalla luce di caravaggesca memoria, invece c’è la fotografia che diventa altro da sé. Qui il passato è già futuro, non superficiale e scontato, ma viscerale, a volte un necessario salto nel buio, è libertà, quella che solo la vera arte può dare, un readymade ancestrale.
Viene in mente l’opera di Joseph Beuys segnato dalla ricerca di un’armonia superiore tra uomo e natura che spingerà molti critici ad attribuirgli l’appellativo di "sciamano" dell’arte.
Si, si respira una dimensione superiore, magica, ovvero quella concezione arcaica del mondo e dell’universo, al cui centro è la figura dello sciamano, intermediario professionale che opera da tramite tra il mondo degli uomini e il mondo degli spiriti, dell’anima delle cose: l’artista.
Bassotto conclude confidandoci che forse proprio questo luogo, scrigno, unicum, somma di quarant’anni di pensieri, azioni ed emozioni che si impastano con lui e con lo spazio, è il suo vero capolavoro. Condividiamo pienamente, entrarci è un’esperienza mistica, dove l’arte, fotografia o pittura che sia, è la parte sacra dell’umanità.



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